Smetto quando voglio di Sydney Sibilia

Loro sono professionisti senza un lavoro, specialisti di settori di nicchia, in grado di mettere in difficoltà interi staff di colleghi più anziani e meno aggiornati. Hanno pure una vita privata, nei limiti del possibile, ma non hanno lavoro, o meglio si arrangiano come possono lavando i piatti nei ristoranti cinesi, facendo i benzinai o altre cose del genere. Così decidono di darsi da fare e inventarsi un modo per tirare avanti e riprendersi ciò che la società ha tolto loro.

Smetto quando voglio (2014) di Sydney Sibilia è un film esilarante, pieno di buffissimi paradossi e dialoghi surreali ed efficacissimi (dello stesso regista insieme a Valerio Attanasio e Andrea Garello). Lo sfondo è quello di una grande città, una Roma che sembra essere il negativo di quanto abbiamo visto ne La grande bellezza, ma che ne rispecchia l'identico capovolgimento di valori e la stessa avaria del merito. I tempi sono i nostri, quelli del fallimento della conoscenza, di un'accademia della sopravvivenza dentro e fuori dall'università e dai luoghi che contano. I ragazzi (loro coetanei o più giovani), per lo più, appaiono come una massa di decerebrati privi di ambizioni e di interessi estranei allo sballo: inutile negarlo, sono loro - gli specialisti - i diversi. Ma almeno hanno l'inventiva: se tutti gli altri sono sballati - e pagano profumatamente per esserlo - tanto vale darsi da fare e mettere insieme i mezzi del chimico, dell'archeologo, dell'economista e perfino dei latinisti e dell'antropologo per un riscatto inaudito.

Così si danno da fare, i superdottori, non si piangono addosso (e questo è uno dei pregi maggiori di un film che avrebbe rischiato di essere un po' troppo compiacente verso la categoria degli intellettuali spiantati), ma "si mettono in proprio", male che vada smettono quando vogliono. Ma i soldi sono un po' come la droga e non è che si smetta così, a comando. Così come non si può fare tutta questa montagna di soldi senza che nessuno lo noti: sia la polizia che una cricca di spacciatori rivali riuniti attorno al Murena (Neri Marcoré) sono sulle loro tracce ed è impensabile la sfilza di scenari che attraverseranno questi giovani geni, tra malavita e le più alte sfere della vita politica locale.

All'insegna di una caustica ironia, questi giovani ci mostrano quello che la modernità più affrettata e in costante autoipnosi ormai non riconosce più: quanto sia facile farsi del male, annullarsi, cedere, cedere e ancora cedere. Chi sa fare il suo lavoro non riesce a proteggere i suoi interessi e chi pensa al proprio guadagno per parte sua non ce la fa (come Giulia, un'ottima Valeria Solarino) oppure è una nullità (chi non riconosce per nome e cognome la macchietta del professore interpretato da Sergio Solli?). Ma il film rifugge dal moralismo così come si astiene dal fornire soluzioni: interpreta un disagio, all'insegna certo della caricatura (con qualche comoda generalizzazione, più alcune differenze di fondo nello spessore dei personaggi), ma con una chiarezza di prospettive che io non ricordavo ancora nel cinema italiano. Un plauso particolare va agli interpreti della "banda dei ricercatori", tutti bravissimi: Edoardo Leo, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Stefano Fresi, Lorenzo Lavia, Pietro Sermonti e Libero De Rienzo. Anche grazie alla loro simpatia, questo film di un'ora e mezza è un puro spasso che rigenera lo spirito.

Roberto Oddo

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