Wes Anderson, Grand Budapest Hotel

Una donna, più o meno ai giorni nostri, si reca al cimitero di Lutz per rendere omaggio all'autore del romanzo The Grand Budapest Hotel. Poi la scena mostra lo stesso autore (Tom Wilkinson), nel 1985, che - provando a contrastare la vivacità di un nipote - attraverso una telecamera piazzata nel suo studio parla al pubblico dell'ispirazione artistica e di come questa sia il frutto del caso: capita, infatti, che siano le storie a venire per trovare una penna che dia loro la vita e l'eco. Così nacque Grand Budapest Hotel, quando l'autore, da giovane, nel 1968 (Jude Law) incontrò un uomo, Mr. Mustafa (F. Murray Abraham), che gli disse come nel 1932 - quand'era ancora un garzoncello insignificante (Tony Revolori) - avesse a sua volta incontrato in Gustave (Ralph Fiennes) l'uomo del destino, colui che gli avrebbe cambiato la vita. E, insieme a M. Gustave, incontra in Agatha (Saoirse Ronan) la donna che a questa vita avrebbe dato un senso.

Sembra che Wes Anderson si diverta con un gioco di specchi a spostare più in là, in territori dove si perde il controllo e la verosimiglianza, la storia che intende raccontare. In definitiva, The Grand Budapest Hotel (2014) risulta una favola bizzarra, fatta di disegni, di tinte, di toni confidenziali e di affabulazione incantevole. Le vicende rocambolesche (ispirate ad alcune opere del colto scrittore austriaco Stefan Zweig) sono un susseguirsi di suggestioni che talvolta inseguono le vicende del XX secolo e talaltra ne sfuggono in favore di un coloritissimo ritratto d'ambiente. Il ritmo del racconto è veloce e avventuroso, anche per via di un mix di generi tale da sedurre il più scettico degli spettatori (e in sala ne ho incontrati molti, sia la prima che la seconda volta che ho visto il film)

Però non è narrativo il pregio più vistoso di questo film; vorrei anche dire che a ogni strato della sua realizzazione si incorre in qualcosa di già visto e perfino nella sua specifica miscela c'è qualcosa di poco incisivo. A me sembra piuttosto che il merito di Wes Anderson con The Grand Budapest Hotel stia nelle inquadrature meravigliose, armonicamente composte, nei colori saturi e ben contrastati, nell'alternanza tra campiture omogenee e motivi geometrici o fantasiosi dell'immagine, nel gioco classico di luci, insomma nella sua realizzazione materiale. Sembra anche un po' uno spot in certi passaggi (patinato, immediatamente comunicativo, empatico), salvo rivelarsi in breve a sua volta parodico, per quel gioco di bilanciamento e disequilibrio continuo che lo caratterizza. A su questa tessitura visiva si aggiunge un ricco e clownesco sonoro, che indirizza in modo talvolta imprevisto la temperatura emotiva della scena..

Né si possono dimenticare gli attori (Adrien BrodyMathieu AmalricEdward NortonTilda Swinton, Willem Dafoe, Harvey Keitel, Bill Murray) che, in ruoli più o meno lunghi e complessi allietano questo circo degli eventi che è la vita. Anche senza condividere ora l'entusiasmo, ora l'ironia che campeggia qua e là, trovo che The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson sia a ragione uno dei film mainstream più riusciti del mercato cinematografico di quest'anno (almeno finora) e che meriti tutta la simpatia che lo accompagna.

Roberto Oddo

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