Guerra e pace di Lev Tolstoj. Su "la storia della vita dei popoli"

Guerra e pace (1865-1869, tit. or. Война и мир, Voina i mir) è il romanzo degli spazi e delle distanze attraverso uno spasmodico interrogarsi sulla storia e sui suoi anfratti. Le "cose" avvengono lontano, quasi si perdono nei racconti altrui. Nelle vicende che si inerpicano lungo le mura del primo '800, in quel castello romantico dei nazionalismi moderni, Lev Tolstoj interviene solo per svelare i retroscena di un'aristocrazia consapevole e gelosa di se stessa e dei propri privilegi.

Ci sono, è vero, dei protagonisti che sono uomini e donne, sono uomini e donne in carne e ossa che par quasi di vedere: uomini e donne di bellezza inusuale, caratteri memorabili. E ci sono scorci nei quali vediamo, oltre a conti e principesse, anche semplici soldati, vagabondi. C'è, in definitiva, la volontà di smontare pezzo per pezzo le sale di specchi e le stanze dei bottoni; è pur vero, però, che è all'interno di tre nobili famiglie che troviamo i personaggi più rilevanti.

Pierre Besucov, intanto: erede di un titolo e di un nome, destinato a essere capostipite di una nuova stirpe, ma sempre alla ricerca di un "completamento". Pierre non parla mai di sé, sembra che il vissuto di quest'uomo non possa passare che per le parole di Tolstoj. Besucov è un personaggio che attraversa tutta la storia della Russia, dal 1805 al 1813 (ovvero dalla battaglia di Austerlitz al ritorno all'ordine dopo la fuga di Napoleone da Mosca), eppure rimane in fondo sfuggente, inafferrabile.

La sua parabola è inedita, sorprende sempre. Sorprende intanto per la sua irredimibile solitudine. La famiglia è per lui un accidente, non è lì che si svolge la sua vita interiore: si sa che è un amante delle donne e della bella vita, Tolstoj non fa che ripeterlo, eppure io non ce lo vedo, nell'atto di corteggiare, goffo e impacciato com'è. Si lascia sedurre dalla bella Hélène Kuraghina, ma solo per rimanere invischiato in quello che è il peggio che la nobiltà possa offrire tra Mosca e Pietroburgo.

Di contro, con i Bolkonsky e con i Rostov siamo di fronte a due linee centrali, a due episodi articolati della vita di Guerra e pace, che non si intendono se non in quanto famiglia, complessi di personaggi che si dilatano e si restringono come polmoni che rilasciano aria al romanzo. Gli uni, i Bolkonsky, sono ricchi e, a loro modo, integerrimi: Andrea - il più giovane e il più bello - ne è l'emanazione naturale, entra ed esce dalla vicenda con la disinvoltura mai invadente del padrone di casa.

Gli altri, i Rostov, sono l'emblema della nobiltà decaduta, alla ricerca di una nuova posizione nell'era moderna: in fondo impreparati a fronte di un'età che non capiscono e non padroneggiano, cercano di galleggiare e si barcamenano tra le mille possibilità, ma Tolstoj non fa che sottolinearne i limiti, le mancanze "strutturali". I Bolkonsky sono vincenti, contro ogni fatica e contro ogni avversità, per il solo fatto che le affrontano a testa alta; i Rostov continuano a soffrire di ogni piccolo assestamento.

E, va da sé, gli assestamenti sono tutt'altro che piccoli. Nei saloni di questi e di molti altri signori, si discute, si discute e poi ancora si discute (anche se si agisce ben poco) di quello che significa il fenomeno Napoleone in Europa e nel mondo. Si discute, si discute e si discute, dicevo. E intanto il tempo passa, il tempo della storia, il tempo del lettore, le vicende si snocciolano sotto la penna di Tolstoj. Bisognerebbe scrivere un diario, su Guerra e pace, le stagioni che cambiano e il tempo che passa.

D'altra parte, insisto, sono gli articolati ghirigori dello spazio a colpirmi in questa parete russa di mosaici e rovina: sono le distanze che ci fanno lasciare i personaggi a metà di una vicenda per ritrovarli pagine e pagine dopo, senza un preciso senso della suspence. Si fa fatica a venire a patti con un romanzo che qua e là sembra davvero lontano dal più facile gusto moderno. Fa quasi ridere, a dirlo, ma più di tanti altri romanzi classici, Guerra e pace a me è sembrato oggi lungo in modo insopportabile.

In quei passaggi bruschi, in quell'assenza di un narratore garbato che ti porti ora in una stanza, ora nell'altra, costringendoti a una ginnastica dei nomi tutt'altro che agevole (e, devo dirlo, privo di qualsiasi attrattiva o gratificazione); in questo meccanismo "sbagliato", tuttavia, si insinua e stravince una capacità seduttiva che non può non agire e vincere perfino il mio radicale rifiuto di questo pesante e impolverato arazzo.

Si tratta dell'ossessione: se Guerra e pace non ha un narratore, nel senso del lussuosissimo dominio verbale di un Victor Hugo e dei maggiori francesi dell'Ottocento in generale, è vero che a scriverlo è un intellettuale lucidissimo, infaticabile, sfibrante che dichiara guerra ai luoghi comuni e a un intero modo di fare e intendere la storia tra i suoi contemporanei. In questa pulsione dionisiaca, io trovo un fascino inesorabile che mi ha trascinato, nonostante tutto, fino all'ultima pagina.

L'interrogarsi compulsivo - e l'ancor più ricorsivo rispondere - su cosa sia la storia, su quale sia il suo senso e quale il suo scopo produce, mi sembra, una tesi di una coerenza spiazzante. Tolstoj rifiuta il genio e il protagonismo degli eroi, dei russi, quanto dei francesi, dello stesso Napoleone, rifiuta l'arroganza egocentrica degli uomini che vogliono fare la storia e credono pure di farla: non è la vanagloria che si contesta, non è la grandezza, bensì la libertà, ovvero la presunzione del libero arbitrio.

L'attribuire, per un errore di prospettiva, al personalismo ottocentesco un potere reale significa non cogliere l'essenza degli eventi, non cogliere il potere del popolo, unico vero eroe del romanzo. Il popolo che include tutti, sia chiaro, il popolo che non è una classe sociale, bensì quasi uno spirito della nazione che si manifesta concretamente negli eventi. Il popolo come sede del genio, il popolo causa e non autore dei grandi eventi. La prospettiva di Tolstoj in merito viene chiarita da questo paragrafo:

Come per l'astronomia la difficoltà d'ammettere il movimento della terra stava nel rinunciare alla sensazione della diretta immobilità della terra e a una consimile sensazione del moto dei pianeti; così per la storia la difficoltà di riconoscere la soggezione della personalità alle leggi dello spazio, del tempo, della causalità sta nel rinunciare al sentimento immediato della indipendenza della propria personalità. (Epilogo, II.12.)

Il passaggio da una storia tolemaica, antropocentrica (anzi: incentrata sull'eroe), a una copernicana, nella quale gli eventi sono il frutto dell'attrazione reciproca dei suoi membri, delle forze generatrici, senza che si possa stabilire un punto di inizio e un punto di fine; il passaggio dalla posizione assoluta alla modernità di quella relativa è il cardine della "filosofia della storia" di Tolstoj, così come emerge dal lunghissimo epilogo.

La sorpresa, però, è che questa posizione più teorica del romanzo è incarnata da un personaggio, destinato altrimenti a uno scomodissimo angolino di inettitudine. Si tratta di Kutusov, il comandante in capo dell'esercito russo: Kutusov Cunctator come quel Quinto Fabio Massimo che durante la seconda guerra punica aveva temporeggiato contro Annibale. Kutusov avverte che le vittorie di Napoleone nella Russia del 1812 non hanno esito felice, non bisogna combattere contro il nemico, ma lasciare che il dittatore francese "si rovini da solo".

Kutusov, che vede nel tempo e nella pazienza le sue armi, è un eroe silenzioso, dice Tolstoj che ha un'intuizione di ciò che vuole la storia. Forse neanche lui sa fino in fondo perché si comporti così, ma è solo così che riesce a dare voce al potere immenso del popolo, alla necessità della storia. Kutusov paga carissima l'ammirazione che Tolstoj gli tributa su un vero vassoio d'argento e non riesce ad assurgere al rango di protagonista, tuttavia non si sottrae mai al posto inglorioso che la vita gli riserva.

Di contro, viene ripagato dai fatti. È grandiosa la delusione di Napoleone nel suo ingresso a Mosca: il dittatore francese, che si era immaginato - dopo aver invaso la Russia - di conquistare i Russi con la clemenza e la ragionevolezza, percorre infine una città fantasma ed è come se quelle vittorie perdessero all'improvviso tutto il loro senso, perché non erano nuove postazioni che interessavano a Napoleone, bensì il dominio sulle anime degli uomini e delle donne, ovvero l'unica conquista del mondo che abbia un senso.

Guerra e pace, che non è un romanzo enciclopedico, è tuttavia un romanzo inesauribile. So già che dovrò tornare su alcune parti dopo questo primo incontro e so già che il malessere che ha accompagnato le mie marce forzate mi ha fatto perdere moltissimo, ma al momento non potevo far altro che lasciare entrare, per intero, questo mondo in me, più o meno come si fa con i tarli, perché roda da dentro le mie resistenze ed operi una vera metamorfosi o un consolidamento delle mie scelte personali.

(Non c'è nulla di più importante, nell'eterno dell'arte, che la capacità che può avere di intervenire sul transitorio e sull'effimero che io sono.)

In chiusura, dato il tempo che occorre investire nella lettura di Guerra e pace, mi permetto di dare un consiglio banale, come si addice a un "calepino di lavoro" come questo blog. Io avevo a casa la bellissima traduzione di Erme Cadei edita da Mondadori nel 1941 (ma io ho l'edizione del 1990) con una deplorevole incuria editoriale: poiché si tratta di un impegno serio, io cercherei qua e là altrove qualcosa di più curato. Basti sapere che Guerra e pace di Tolstoj - più di tante altre - è una lettura alla quale bisogna prepararsi già dalla scelta del libro.

Roberto Oddo

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