"Guerra e pace" (sulla lettura ingenua)

[NoticineSono al punto di non ritorno: finito il primo volume, mi resta più o meno la metà di Guerra e pace. A questo punto è insensato pensare che non arriverò fino all'ultima pagina, anche perché una delle mie peculiarità meno simpatiche (innanzitutto per me) è che trasformo facilmente il piacere in dovere. Ovvero, convinto come sono che i classici non si leggono da soli, quando vedo che il terreno mi frana un po' sotto i piedi, che la spinta comincia a cedere, mi faccio un piano di lettura. E insomma, se tanto mi dà tanto, dovrei finire il capolavoro di Tolstoj venerdì 5 luglio (vedremo se sarà davvero così). Sono bravo a rispettare qualche patto con me stesso.

Eppure, proprio mentre mi incateno a un dovere verso me stesso, quello di far spazio a qualcosa che mi risulta - ahinoi - abbastanza estraneo, mi accorgo della mia naturale predisposizione all'ingenuità. Non parlo certo di qualche rossore o di pudica reticenza (anzi, al contrario), parlo di una lettura spudorata e dell'abbandono. Un abbandono senza filtri, un rifiuto - se si vuole - di ogni costruzione consapevole. Nonostante gli errori, credo che questo sia l'approccio ideale, l'altro e più importante punto di non ritorno, quello che fa di una persona "un lettore" oppure non lo fa. Perché un incontro diretto e personale con il testo fa sì che molto, moltissimo sfugga, ma non l'impronta, l'impressione, la voglia di trovare in sé delle risposte fondamentali.

Questo è però il risultato più difficile che si possa chiedere alla scuola, a un insegnante: imprimere qualcosa, imprimere la voglia di superare il disallineamento e talvolta anche la noia con la lettura (e, sì, se posso dirlo, la sensazione che in quel libro ci sia qualcosa di "sbagliato"), di indagare in questa propria incomprensione. E ancora una volta ringrazio i miei professori che mi hanno insegnato tante cose e che mi hanno regalato l'ingenuità per sbarazzarmene davanti alla meraviglia della letteratura.

Roberto Oddo

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