La lettura e lo scultore

[NoticinePasso talvolta per quello "bravo": non me lo spiego, ma ormai mi arrendo e in fin dei conti non mi importa neanche.

Rifuggo da ogni percorso stabilito, anche se da un punto di vista scolastico sono arrivato in fondo a quella strada, salvo preferire sempre qualche scorcio secondario. Da lontano, se arriverò lontano, vedrò il disegno delle mie peregrinazioni.

È vero, però, che sono curioso e che leggo, e leggo molto. Ma, ancora una volta, mi trovo a capovolgere i termini: non si legge perché si "è bravi", semmai si legge per compensare la propria ignoranza.


Si legge per scalfire, da ogni lato, la propria insipienza, quella bolla stregata di chiusura in se stessi, quella forma di egoismo e di stupidità che vado riconoscendo sotto le incrostazioni. Scalfisco, pagina dopo pagina, quel vuoto di generosità e di gioia di vita, l'autoreferenzialità compulsiva di ogni racconto.

La lettura è un processo deittico: ti indica che fuori c'è la luna, che fuori ci sono le stelle, che le stelle splendono, e tra le stelle c'è il sole, il sole di tutto il giorno; ti indica che c'è aria, aria, aria, che c'è tanta aria da poterla donare a chi ami, a chi vuoi che respiri.

In effetti, mi accorgo, scolpisco, talvolta in modo rabbioso, la mia impazienza, perfino la mia apnea, attento a non sfondare quella luttuosa e indispensabile pellicola sottilissima tra ciò che ho dentro e ciò che faccio. Non leggo per isolarmi dagli altri, leggo per essere, tra gli altri, un uomo.

Si legge per dar forma alla propria irriducibile solitudine, per conferire alla pietra, alla lapide effimera che ci separa da noi stessi, quella leggerezza e quel sorriso alla vita che, sì, quello sì, è un capolavoro. Solo allora sarò stato bravo.

Roberto Oddo

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