Dance Dance Dance di Murakami Haruki

[Japan] Capisco - dissi - ma cosa devo fare, allora?
Danzare - rispose. - Continuare a danzare, finché ci sarà musica. Capisci quello che ti sto dicendo? Devi danzare. Danzare senza mai fermarti. Non devi chiederti perché. Non devi pensare a cosa significa. Il significato non importa, non c'entra. Se ti metti a pensare a queste cose, i tuoi piedi si bloccheranno. [...] Danza - disse - è l'unico modo. Se potessi ti spiegherei meglio. Ma più di questo non posso. Ti ho già detto tutto quello che potevo. Danza! Senza pensare, e meglio che puoi. È l'unica cosa che devi fare.

Dance Dance Dance (1988, Dansu Dansu Dansu) di Murakami Haruki è il prosieguo di Nel segno della pecora. Ma è anche un libro diverso, ipnotico, pienamente risucchiato nella sua magia e affannato alla ricerca di una realtà inafferrabile. È un romanzo conteso tra la giovinezza e la vecchiaia, con un protagonista diventato intanto trentaquattrenne che sembra aver perduto la freschezza che ricordava in sé e quasi imbrigliato nella sua età. L'uomo prova a ritornare all'Albergo del Delfino, così come attraverso una stupenda tredicenne, Yuki (di cui, se avesse quindici anni, si innamorerebbe disperatamente, come si ripete il protagonista), torna indietro negli anni. In questo viaggio fuori di sé, all'età dell'inquietudine e dell'adolescenza, entra ancora un personaggio, Gotanda, un suo vecchio compagno di scuola, bellissimo e affascinante attore incapace di venir fuori dagli sprechi insensati del suo stereotipo e vivere una vita reale.

Tutte queste vite che entrano in pista sono dilaniate dall'insufficienza asfissiante di ciò che affrontano ogni giorno. Non si accontentano, eppure non sanno andar oltre. Però non rimangono bloccate, salvo occasionali momenti di afasia, è come se percorressero tutti corridoi invisibili a occhi umani, brancolano nel buio senza orientarsi eppure mantengono una distanza di sicurezza dalla vita "comune" e hanno una percezione più acuta (sebbene in forma spesso rudimentale) di ciò che è la vita. Il protagonista rimane anonimo, ma dà una tale forma a tutta la narrazione che quasi dimentichiamo che dice "io" e condividiamo quel tarlo - quel Pac Man - che, nascosto in lui, gli divora il cuore senza stancarsi mai. Non è facile seguirne le vicende tra tutte queste sagome e silhouettes e, del resto, anche il giovane è disorientato, diviso tra Sapporo e Tokyo, trascinato  fino a Honolulu nel suo incubo e da un impellente senso della morte. La bussola stessa ha perso senso. Eppure il lettore trova le sue vie e prosegue senza posa fino alla fine del libro.

Trascinante, psichedelico, Dance Dance Dance ha la forza, insieme, dell'allegoria - un'allegoria magnifica e venata di esotismo - e dell'archetipo: sembra di riconoscere, in queste quasi cinquecento pagine, frammenti di quella che sarà la futura produzione di Murakami: personaggi, idee, storie, monologhi e soprattutto relazioni umane. Non ci sono scene d'insieme, le voci sono sempre isolate o intessute in brevi dialoghi, come se il maestro giapponese rifuggisse dalla coralità e preferisse orchestrare piccolissimi organici da camera, fatta salva l'immancabile colonna sonora musicale (che, va detto, si aggruma qua e là in nomi su nomi, più che in note melodiose). Gli spazi chiusi prevalgono sull'ariosità dei paesaggi boschivi o marini che, quando compaiono, hanno un po' il sapore di fondali dipinti e disposti in una sequenza claustrofobica. D'altra parte, alla lettura, la genuinità del dubbio prevale sempre sulla "posa", la tenera inadeguatezza dell'uomo vince la spocchiosa certezza bidimensionale del "tipo", della persona riuscita e inquadrata nel suo ruolo. Dance Dance Dance è un indugiare assorto - capace di annodarsi in sequenze più che incalzanti - nella nostra fantasia, con tutta la sua necessaria "insufficienza". Ed è un romanzo, nel suo genere d'evasione, davvero magistrale.

Roberto Oddo

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