Aggiornamento professionale (autodafé)

Nelle serie televisive ameircane, mi è spesso capitato di vedere giovani o giovanissimi professionisti del tutto addentro alle loro mansioni, ai loro incarichi, capaci di padroneggiare le leggi e le sfumature etiche del proprio lavoro. Naturalmente una serie televisiva è una favola: i protagonisti sono giovani e piacenti perché devono sedurre con il loro aspetto. Inoltre gli statunitensi hanno, in genere, una propensione ad arrivare al cuore delle cose, forse con eccessiva enfasi, e tuttavia con indubbia efficacia.

Se, sulla sostanza, sui contenuti della professione, mi riconosco immodestamente in linea con quel tipo di approccio, devo dire che l'aspetto statutario mi lascia con un frustrante senso di inferiorità. Dopo aver lavorato otto anni in una scuola paritaria, senza che nessuno abbia mai potuto dirmi nulla sulla qualità del mio lavoro d'insieme (fatti salvi gli errori che qualunque essere umano commette), nella scuola statale mi sono trovato in un mondo molto più complesso, nel quale l'identità del professionista riveste un'importanza  di gran lunga maggiore.

Si arriva a un punto in cui l'essere strutturato (al di là delle garanzie in termini economici e assistenziali in genere) significa quel salto di qualità che insieme segna un punto di non ritorno e marca la necessità di difendere i propri percorsi, portarli a compimento (o comunque svilupparli ulteriormente). La mia è una scoperta vergognosamente tardiva e, anche se nella sostanza non posso rimproverarmi nulla in quello che ho fatto finora, intravedo ora - con una certa lucidità - mancanze che non devono più ripetersi.

Stesso dicasi per quanto attiene all'iscrizione all'ordine dei giornalisti. Se finora ho scritto perché mi piaceva scrivere (e per fortuna ancora mi rimane il blog per questo), l'obbligo di aggiornamento professionale al quale siamo tenuti mi sta facendo rivedere questi miei passati tre lustri. Però ora mi spiego la mia difficoltà ad incontrare riviste, testate, a "inquadrarmi". Mi piace fare quello che faccio e lo faccio in modo serio, ma manca una dimensione progettuale che mi superi o che superi ciò in cui credo. Manca, cioè, paradossalmente l'aspetto un po' più "anonimo" del lavoro.

In ciò, non so se influisca di più il temperamento siculo, che eredito mio malgrado e che mi porta nonostante tutto a vedere le cose in una prospettiva più "familiare" (allargata, eccentrica, se vogliamo anche trasgressiva, ma familiare), o il tipo di studi che ho compiuto. Non importa ora, quello che conta è che mi trovo a gestire codici deontologici, paper di ogni tipo e il diritto inteso esattamente al rovescio di come avevo cominciato a interessarmene io. Non che sia venuta meno quella concezione umanistica del diritto (a dire il vero un po' astratta e ideale), anzi, ma adesso ho delle esigenze professionali che me ne rivelano l'altra faccia e mi fanno avvertire la mancanza di un confronto su alcune questioni cardine che avrei dovuto apprendere a scuola.

Ma non voglio incorrere neanche in pericolose e ridicole dietrologie: il torpore, forse favorito da molte circostanze, è mio e tocca a me svegliarmi. Che il diritto sia uno strumento di cui la scuola dovrebbe fornire i suoi alunni è verità a mio avviso indiscutibile e mai troppo sottolineata. Quello che conta, ora, è cucirsi poco alla volta la propria divisa. Con il tempo e soprattutto senza dimenticare lo spirito che mi ha portato a fare sempre del mio meglio. L'aggiornamento professionale stavolta non riguarda solo le Operette morali o i romanzi di Bilenchi, la guerra dei Trent'anni o la parabola della Grecia classica. È il mio mestiere. Riguarda me ed è una mia necessità in quanto professionista in un contesto sociale che, in fin dei conti, può e deve ignorare il mio nome e forse il mio cognome, ma non "le mie generalità".

(Però lo posso dire, che tutto ciò getta una luce nuova sul mio Pirandello?)

Roberto Oddo

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