Note sul War Requiem di Benjamin Britten

[OM] Il 25 maggio 1962 veniva presentata la nuova cattedrale di Coventry, opera di Basil Spence, che nell'entusiasmo aveva coinvolto artisti di diversa estrazione per festeggiare sua impresa. Tra le opere richieste per l'inaugurazione, di ogni genere e tutte affidate ad artisti di prim'ordine, ecco appunto il War Requiem, op. 66 di Benjamin Britten (1913-1976), Words from Missa pro Defunctis and the poems of Wilfred Owen, destinato a essere eseguito il 30 maggio. L'opera era preceduta da un'epigrafe singolare:

My subject is War,
and the pity of War
The Poetry is the Pity
All a poet can do today is to warn
Wilfred Owen

Ma chi era quest'autore? La domanda a un inglese, di oggi come del 1962, suonerebbe stonata: il maggior operista d'oltremanica dai tempi di Purcell poteva contare su un nome sicuro, che quanto meno incuriosiva i musicisti di tutta Europa, allora votati per lo più a sperimentazioni ben diverse dal rispetto della tradizione, anche se a esse non necessariamente estranei, volti a superare la concezione classica della musica e degli strumenti. Britten, che aveva cominciato la sua carriera professionale alla General Post Office - Film Unit in un ambiente fortemente convinto della pace e della necessità di aiutare le persone attraverso l'arte, era sicuramente un ribelle nei confronti di ogni costrizione ma non era, nè volle essere rivoluzionario, un innovatore: dritto per la sua strada, aveva saputo creare un linguaggio tutto suo, sempre originale, riconoscibile e maturo, di fortissima potenza drammatica, all'interno di un solco ben preciso che lasciava il giusto spazio alle nuove vie della musica contemporanea. Il suo era un ideale di musica utile alla gente, musica per comunicare, immediata e strettamente legata alla quotidianità, sia pure più profonda.

Inoltre, Britten nel 1962 aveva alle spalle, oltre ai lavori strumentali e operistici, composizioni sinfoniche e vocali, spesso corali, a decisa impronta religiosa: anche e soltanto a scegliere pochi tra i titoli più evocativi, dobbiamo ricordare almeno il Te Deum in C (1935), la Sinfonia da Requiem (1941), Festival Te Deum (1945) e i recenti Missa brevis (1959) e Jubilate Deo (1961), senza considerare i Five Canticles e altre composizioni più a cavallo tra la poesia o il teatro e il testo sacro, tra cui Noye's Fludde (1958).

Frequente è nella critica il confronto tra Britten e Verdi, come continua è l'insistenza sull'amore che il compositore di Adelburgh provava verso il cigno di Busseto. In effetti le due Messe da Requiem hanno in comune uno slancio che ben si inserisce nelle relative fisionomie artistiche dei loro creatori e delle loro creazioni. Per di più la singolare posizione a due terzi circa dell'arco vitale e artistico dei due compositori richiamerebbe magari anche un confronto ben più approfondito tra il War Requiem di Britten e il Requiem di Verdi, ma si tratta di un legame sul quale non vale la pena qui di insistere (un'analisi in questo senso potrebbe forse portare a risultati molto interessanti). Al di là di linguaggi musicali sostanzialmente diversi, ciò che distingue queste due composizioni a simile intensità drammatica è proprio lo spirito. Perché è vero che Verdi compose molte opere a carattere religioso, più di quelle che comunemente vengono eseguite, s'intende, ma queste opere hanno quasi sempre una forte vernice d'occasione. In Britten, piuttosto, se non proprio il misticismo, prevale sempre un simbolismo, una carica ascensionale che sarà forse diretta verso i cieli dell'arte piuttosto che dello Spirito divino, come invece accade contemporaneamente con Stravinsky, ma resta pur sempre forte e soprattutto irrinunciabile.

Proprio il confronto con Stavinsky porta a risultati meno infruttuosi, almeno nell'immediato, tanto più se si considera che entrambi hanno scoperto tardivamente, ed entrambi negli anni Cinquanta, le loro personalissime possibilità di aderire al linguaggio dodecafonico. Ma se il geniale compositore russo associava la tecnica seriale ai capolavori a sfondo religioso, con sempre maggiore frequenza e intensità Britten nello stesso repertorio traeva i suoi frutti dalla non indifferente conoscenza - ed esperienza sul campo - della tecnica e della musicalità rinascimentale e barocca.

E ancora, chi era Britten? Era il compositore che nel 1953 aveva celebrato l'incoronazione della regina Elisabetta II con l'opera Gloriana, un compositore che da sempre aveva avuto un tale rispetto per la tradizione inglese da comporre numerose opere destinate alla celebrazione di santi particolarmente onorati in Inghilterra e alle feste comandate, oltre all'arrangiamento dei folksongs. Ma era anche l'autore della citata Sinfonia da Requiem, composta in America durante il volontario esilio con Wystan Hugh Auden e Peter Pears per protesta alla politica bellicista del suo paese - colpito, per esempio, dai bombardamenti tedeschi che il 14 novembre 1940 avevano distrutto l'ex cattedrale di Coventry.

La Sinfonia da Requiem, in tre movimenti, ha in tutto ciò un valore peculiare: colui che l'aveva diretta, Sergej A. Kusevitzkij, grande divulgatore e mecenate della musica contemporanea, rimase talmente impressionato dal carattere drammatico di quella composizione che volle mettere alla prova il genio di colui che l'aveva ideata proponendogli e, nei fatti commissionandogli, un lavoro teatrale, quello che poi sarebbe stato il Peter Grimes, la prima opera se si esclude il Paul Bunyan (sempre del 1941) poco più che un divertissement, sia pure molto gradevole, su libretto di un immancabile Auden. Ecco dunque che opera per il teatro e composizione sinfonica trovano l'ideale anello di congiunzione. Un'ipotesi interessante viene dalle pagine di Barbara Diana (Il sapore della conoscenza. Britten e "Death in Venice", De Sono - Paravia, Torino, 1997, pp. 48-65). La studiosa, che punta molto l'accento sulla concezione britteniana di arte utile, di immediato interesse per i fruitori, suggerisce che la tensione religiosa della maturità britteniana attraverso le Parables corrisponderebbe a una certa vocazione da parte del compositore di predicare. Britten aspirerebbe al ruolo di predicatore, il che - aggiungiamo noi - ben si allinea con la vocazione "didattica" innegabile da sempre nell'opera del compositore, quindi anche con l'altro tema, quello della purezza violata, tipico in special modo del primo periodo e culminante nel capolavoro The Turn of the screw (1954), su libretto di Myfanwy Piper basato da un romanzo di Henry James.

Britten nei primi anni '60 aveva alle spalle tutta la produzione operistica rimasta stabilmente in repertorio, almeno in Inghilterra, aveva appena completato A Midsummer Night's Dream e adattato Billy Budd nella più nota versione in due atti, quella dell'incisione storica con l'autore sul podio. Soprattutto, però, occorre dire che una nuova fase si apriva perché se nel 1956 compie un viaggio in oriente che lo rompe a una nuova cultura, non solo musicale, che avrà una vasta eco nella sua opera successiva già da subito, nel 1960 conosce il violoncellista Mstislav Rostropovic, cui dedicherà composizioni cardinali nella sua musica strumentale e sinfonica come le tre Suites per violoncello solo e la Cello Symphony, e Dmitri Shostakovic che per Britten provava profonda ammirazione al punto che nel 1969 gli avrebbe dedicato la sua quattordicesima sinfonia. Vale a dire che proprio a cavallo tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta comincia anche la diffusione reale e apprfondita dell'opera di Britten fuori dall'Inghilterra e dell'Europa occidentale.

La tensione pacifista di Britten, del resto mai celata, ottiene in questo momento di passaggio con il War Requiem la sua consacrazione definitiva, grazie anche all'amorevole dedizione di cantanti come l'immancabile Peter Pears, per cui sono destinate tutte le opere del compagno e compositore prediletto, la signora Rostropovic, vale a dire il soprano russo Galina Vishnevskaja, a tutt'oggi insostituibile interprete discografica nella sua parte, il baritono Dietrich Fischer-Dieskau, il più noto interprete dell'intero corpus liederistico di Schubert: questi sono gli interpreti con cui il War Requiem è passato alla storia nella preziosa e più volte ristampata edizione del 1963 (London, recentemente con etichetta Decca).

Ma il War Requiem op. 66, per organo, soli (tenore, soprano, baritono), grande orchestra e orchestra da camera, coro di bambini e coro misto, presenta un organico che chiaramente poggia sull'insieme del cast e ha bisogno di un'integrazione assoluta, garante a sua volta di effetti superbi e concertati straordinariamente intensi, non lontanissimi da certi esiti dell'ottava di Mahler. Britten, come autore e come direttore, riesce in pieno nel suo scopo, pur mantenendo - miracolosamente dato lo smisurato cast - la sostanziale semplicità e trasparenza della linea melodica che contraddistinguono le sue opere.

La struttura del War Requiem è atipica ben oltre l'organico, anche a prescindere dall'inventiva dei compositori del '900: presenta solo sei delle nove parti istituzionali della messa da requiem, e precisamente di Requiem aeternam, Dies Irae, Offertorium, Sanctus, Agnus Dei e Libera me. In questa trama, a dire il vero piuttosto larga rispetto al consueto, si inseriscono - come recita la stessa dicitura di Britten - poesie di Wilfred Owen (1894-1918, a destra nella foto), poeta soldato morto alla fine del primo conflitto mondiale. Se la biografia accomuna per certi aspetti Owen al nostro Ungaretti, almeno per quel che riguarda gli anni della prima guerra mondiale, va detto che l'atteggiamento nei confronti della guerra - vissuta da entrambi sulla propria pelle - è radicalmente diverso e, di conseguenza, la poesia di Owen, pur se intima e straziante, era molto più gridata, meno sommessa, dolorosa quanto basta per incastonarsi nella celebrazione di una messa di requiem. Britten che con i cicli vocali ha sempre animato le vette della poesia inglese, non poteva non apprezzare la religione del dolore e soprattutto della morte che traspare da questi versi. Mentre al coro, al soprano e ai concertati è affidato il testo latino, le parole di Owen erompono dalla musica laceranti nel fiato del tenore e del baritono, come un urlo che cerca soprattutto riscatto, una preghiera umana, umana per gli dei e umana per gli uomini, di chi cerca un appiglio di vita, un ramo della vita eterna.

La doppia orchestra, il dialogo con la divinità in cerca di una guida, di un conforto per la morte: se la magnificenza di questa preghiera sono un unicum in un autore generalmente sommesso anche nei cori, a noi sembra che il War Requiem se non altro abbia preparato lo spirito di Britten all'opera che nel 1973 segnerà il suo testamento, Death in Venice. Né si può trascurare che Owen Wingrave, opera del 1970 su libretto tratto ancora una volta da un racconto di Henry James, si configuri come un ulteriore, sinistro rifiuto della vita militare e dei suoi presupposti, un rifiuto che trova il suo esito naturale nell'eliminazione del protagonista, ad opera di quegli stessi spettri che avevano un tempo violato l'innocenza dei piccoli Miles e Flora nel Giro di vite. A nostro avviso, è ben più di un coincidenza che il libretto della penultima opera, la prima scritta dopo il War Requiem dopo una lunga parentesi strumentale, porti il nome del poeta che aveva "prestato" a Britten la sua poesia, il suo rifiuto della guerra. Se Owen Wingrave, ultimo rampollo di una famiglia ad antica e indeclinabile tradizione militare, combatte invano la sua battaglia personale per estraniarsi da una pratica barbara come la guerra e seguire le proprie inclinazioni artistiche, in Morte a Venezia Gustav von Aschenbach, alla ricerca del soffio vitale che possa corroborare la propria vena, parte - a cavallo sul cadavere della propria ispirazione - con l'essere uno sconfitto e il suo viaggio a Venezia ha il sapore di un solitario corteo funebre su una strada dissestata e senza uscita, in un labirinto allagato.

Il War Requiem è, da solo, un viaggio all'interno dell'opera di Benjamin Britten e un ritorno a una musicalità che vuole incidersi nella storia con la sua forza prorompente di rivolta e la sua appartenenza alla tradizione.

(Pubblicato la prima volta nel 2002 su «Prometheus», quindicinale di informazione culturale online che oggi non esiste più.)

Roberto Oddo

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