L'istinto di narrare di Jonathan Gottschall

L'istinto di narrare. Come le storie ci hanno reso umani (2012, tit. or. The Storytelling Animal. How Stories Made Us Human) di Jonathan Gottschall  è un libro veloce, di piacevole lettura e ricco di spunti che possono accattivarci. Un primo sguardo alla sua fattura, però, può trarre in inganno: l'opera si compone di 249 pagine numerate che comprendono una Prefazione, nove capitoli di lunghezza omogenea, i consueti Ringraziamenti, la Bibliografia (ricchissima e molto varia), una parte dedicata alle Fonti per le illustrazioni (numerose) e un Indice analitico. La struttura del libro è, dunque, quella del nostro buon vecchio saggio. Il lettore italiano, però, a fronte di un sommario così impegnativo, rischia davvero di rimanere poco soddisfatto dalla qualità argomentativa di questo discusso lavoro di Jonathan Gottschall (titolare di una cattedra di Letteratura inglese al Washington and Jefferson College in Pennsylvania). Va detto, anzi, che sul piano accademico (almeno per come lo intendiamo noi nell'Europa non anglofona) L'istinto di narrare è parecchio discutibile: la stretta consequenzialità logica tra un enunciato e il successivo lascia spesso a desiderare, gli argomenti sembrano talvolta casuali e sul piano statistico davvero poco significativi, le conclusioni sono spiattellate nelle prime pagine e la lettura completa del libro non porta più avanti.

Eppure, nessuno potrebbe negare a Jonathan Gottschall una sua indiscutibile sapienza retorica, tanto che, anche in forza del carattere divulgativo, ci si sente spinti e interessati ad arrivare fino in fondo. Il tono del discorso ha un suo preciso carattere seminariale, con i riferimenti alla daily life, gli affetti familiari e un sistema di valori che si suppone e si vuole in gran parte condiviso con l'«uditorio». Sul piano contenutistico, l'essenza del libro è resa dal titolo originale: l'uomo è uno storytelling animal, un “animale narratore”, e anzi (così veniamo al sottotitolo) è stata proprio la narratività, l'arte di scambiarci storie, la discriminante che ci ha consentito di arrivare a questo stadio evolutivo. Siamo stati selezionati, tra gli altri nostri “cugini” del medesimo cespuglio evolutivo, perché la soluzione di esseri che raccontano e si nutrono di storie è migliore rispetto a quella di altri, più opportunisti e “razionali”, inchiodati alla funzione strumentale di ogni singolo atto. La narratività, in sostanza, sebbene non sia provato che possa avere precisi riscontri genomici, è un carattere preferibile e dunque vincente in sede di selezione naturale.

L'impianto de L'istinto di narrare vuol essere insieme sincronico e diacronico: l'atto dello storytelling viene individuato qui come un processo di lunghissima durata che coinvolge i nostri antenati cavernicoli e include il nostro futuro. Il progresso, a sentire Jonathan Gottschall, riguarda solo le modalità di fruizione di questa necessità vitale. Con una certa leggerezza (degna forse di miglior causa), i generi stessi appaiono intercambiabili se il fine è quello narrativo: nessuno ama più di me il controbuto degli studi narratologici alla storia letteraria, però quella del Prof. Gottschall a me sembra un'ostinazione, più che una tesi, quando si mettono nello stesso calderone i giochi infantili, il teatro, l'epica, il racconto, il romanzo, il videogioco, i reality show e tutte le altre forme finzionali, ivi compresi gli stati alterati di coscienza e memoria. Il discorso, a modo suo, è suggestivo e da L'istinto di narrare si possono rimarcare alcune interessanti analogie tra fenomeni non assimilabili tra loto e finalizzati a diverse esperienze (estetiche e non). A mio avviso, inoltre, si minimizza qui l'impatto delle ricadute delle diverse sociopatie "narrative" sulla vita collettiva "non finzionale"; anzi, mi sembra addirittura che, per quanto pervasiva, pagina dopo pagina la fiction rischi di diventare un altro strato sostanzialmente impermeabile alla cosiddetta realtà.

Sul piano della mia crescita personale, l'incontro con L'istinto di narrare di Jonathan Gottschall è stato un gradevole inciampo in un appiattito orizzonte di compulsiva serendipity, anche se credo che molte delle sue migliori osservazioni avrebbero tratto giovamento da amene riduzioni ad articoli domenicali non troppo lunghi. Ma il packaging del libro aiuta a superare momenti di sconforto e di dubbio, per fortuna. Nell'ultimo capitolo, infatti, si affronta l'aspetto dei giochi di ruolo dal vivo, dei Mor-Peg (giochi di ruolo online multigiocatore di massa), delle realtà narrative parallele che mi erano ancora sostanzialmente estranee. Trovo che proprio nelle pagine finali, laddove si dice che «gioco» è il nome che diamo alla nostra relazione interattiva con il mondo delle storie (p. 202), si metta un po' a punto un discorso che ancora stentava a farsi persuasivo. In particolare, nella doppia posizione del giocatore come «autore» e «personaggio», in questa nuova forma di omodiegesi, può trovarsi uno spunto iniziale per ripensare la narrativa - e la narratività - nel suo complesso. A patto di restituire a ogni forma di racconto la sua autonomia, la sua storia e le sue esigenze specifiche.

Roberto Oddo

Post più popolari