Stanislavsky e le foto dei gattini

[Foto] In una delle tante pagine in cui parlava del lavoro dell'attore, il regista russo Konstantin Stanislavsky fece un esempio calzante sull'efficacia di certe azioni in scena. Scriveva che spesso anche un gesto semplice e quotidiano quale quello di abbassare la maniglia di una porta suona falso, perché fatto senza intensità, senza coraggio, senza volontà di raccontare qualcosa di quell'evento. Suggeriva, allora, di apprendere la plasticità di quel momento e di provare senza oggetto, senza neanche la porta davanti, imparando quali sono i tratti più autentici e dando loro un senso.

È incredibile che, delle tante cose sul teatro che mi è capitato di leggere, i miei neuroni si tramandino ancora questo semplice esercizio di immaginazione al servizio del più intransigente realismo scenico. Se è vero, come credo, che io porto con me più i miei enigmi che le soluzioni possibili, non sono certo di aver compreso ancora il senso di questo dettato magistrale.

Però oggi, in attesa di soluzioni migliori, lo ricollego a un altro aspetto del mio quotidiano e, in particolare, ai momenti in cui scatto fotografie. In particolare, ripenso a tutte le volte nelle quali, nel corso che ho seguito, ci siamo visti impedire - tra il serio e il faceto - di portare foto dei nostri animali domestici, in particolare dei gatti. È vero che il mondo abbonda di queste immagini e che spesso l'amore per queste creature fatate ci acceca, così che non riusciamo a vedere la "foto", ma solo il "gatto" (con tanto di nome e di storia al seguito), però forse il divieto continuava a sembrarmi eccessivo.

Ora invece capisco, anche grazie a Stanislavsky, che il senso di qualsiasi azione artistica viene valorizzato dalla cura dell'azione stessa, non dall'oggetto immediato a cui si applica. La cura nell'esposizione, nell'inquadratura, nella messa a fuoco, così come nell'intento che sta dietro l'apertura di una porta, deve guidare e anzi dominare il gesto di chi lo fa, deve impossessarsene. Non che la fotografia debba essere esangue e asettica, l'esattezza dell'atto non è autoreferenziale, anzi: semplicemente naufraga disastrosamente qualsiasi tentativo di trasmettere la valanga emotiva che lo sottende.

Il senso di un'azione nel linguaggio artistico non può che passare attraverso lo sguardo dello "spettatore". Nell'aprire quella maniglia, nel trasmettere la mia attesa di ciò che c'è oltre quella porta chiusa, così come nel presentare una fotografia a un altro (un altro che posso essere io stesso tra pochi anni), devo metterci tutto ciò che occorre perché il gesto sia intellegibile e significativo a prescindere dai miei sentimenti attuali. Non si tratta di verosimiglianza quale meccanica decodifica di un messaggio da parte del pubblico, ma dell'arte di sapere toccare, quanto più è possibile, il vero e di trasmetterlo anche intuitivamente.

Ars adeo latet arte sua, disse Ovidio della statua femminile di cui si innamorò un giorno Pigmalione: l'arte era tanta che non sembrava neanche arte. La semplicità dell'essere come frutto più maturo, alto e pregevole - forse l'unico frutto che conti - della retorica. Se qualcosa non sembra abbastanza vera è perché non c'è abbastanza "arte" dietro: arte che non è per forza il tocco del genio, ma l'impegno nell'esprimersi in quel modo, nel dire quella cosa a qualcuno, chiunque egli sia. Vero e arte, ancora una volta, come libertà, apertura al mondo e al possibile.

Roberto Oddo

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