Scenari (Frames Analysis)

[Foto] Fotografo con quel che so, con quel che ho. E, con la mia spiccata tendenza a spaccare il capello in quattro, ci ragiono troppo su. Così, non ci vuol molto a trovare cortocircuiti, maniere, stilemi di raccapricciante frequenza.

Intanto, ho la tendenza a suddividere le mie inquadrature (quasi tutte orizzontali) in tre elementi: tre soggetti, tre spazi, tre colori. Se credo di aver capito il valore che ha la regola dei terzi, è però vero che il ritmo ternario, di qualche ascendenza hegeliana, prende il sopravvento su altri tipi di composizione. E non riesco a considerare la foto completa senza qualcosa che la scandisca secondo questo rudimentale solfeggio. Il mio ritmo interiore è molto povero, lo riconosco, dovrei ascoltare molta più musica per non soffermarmi a questo seppiato passo di valzer.

Ma questo sarebbe ancora niente: le foto possono essere sì noiose, ma almeno ravvivarsi con soggetti diversi. Il punto è che, nella mia testa, ci sono due o tre scenari tipici che, in modo più o meno inconscio, mi accorgo di riprodurre.

Sono scenari letterari, luoghi della mia fantasia di lettore, spesso non visitati. Non è un male e, va da sé, non è neanche per sbaglio ragione di vanto, va così. Partiamo dall'Irlanda, che è senz'altro l'Irlanda di Colm Tóibín, in qualche modo contaminata da pagine di modernismo marino, da Joseph Conrad all'irrinunciabile Virginia Woolf. Sono coste alte e rocciose, coste a picco sul mare, o rocce sbattute dal sale e dal vento, l'unico approdo possibile per un viaggiatore lisergico come me: quella casa o quel faro in un autunno brumoso da cartolina di qualche sperduto e provinciale autogrill. Ora, io non avrei problemi con la produzione industriale di immagini, ma come fotografo non sono ancora tanto maturo da eludere facilmente i totem più vituperati dell'arte fotografica.

A onor del vero, temo che il cristallizzarsi della mia memoria su suggestioni sincere, ma lontane, mi impoverisca la fantasia, che deve essere vivificata da nuovi scenari. Riconosco però che, dopo diverse fotografie in uno stesso contesto, ho premura di tornare a casa, alla cieca non mi sperimento fino a stremarmi: devo prima verificare quel che ho fatto.

Mi saturo lo sguardo come avviene ai musei: dopo un paio d'ore, tre al massimo, ho bisogno di una pausa, per poi magari tornarci e starci molto di più. Però, in quel tempo, in quella "noia" a cui mi costringe la mia impazienza, si innescano dei meccanismi di dipendenza che solo una seconda visita più rilassata mi allenta. Vengo dunque al secondo frame, al secondo percorso obbligato e non è meno da scenari solitari e romantici, ma è molto più moderno e mi salva dalla codifica in bianco e nero alla quale mi costringerebbe il mio amore per Cartier Bresson. Si tratta di Edward Hopper.

Hopper per me è una trappola: tra lui è il mondo c'è una specie di guarnizione, una volta che si entra nelle sue tele non se ne esce e ogni tentativo di approfondire l'orizzonte di conoscenza si rivela un ulteriore passo dentro il meccanismo tutto del suo immaginario.

Mi accorgo che ritaglio le fotografie urbane in modo che emerga la provincia americana, la distanza remota tra le persone, tutto quell'armamentario di silenzi e di recondita richiesta d'aiuto e di tenerezza che io associo a quella pittura. A differenza del mare che schiuma là in fondo sulle scene irlandesi, degli scorci rubati per un attimo - e solo dall'artista - alla fine del mondo, la composizione architettonica di Hopper influisce concretamente sulle mie scelte e sui miei ritagli. sul modo di percepire i colori, le ombre, i contrasti.
Non dico che io lo imiti, oltre a non averne lontanamente le capacità, non ho ancora tentato questa strada, utilissima per formarsi un proprio linguaggio visivo e magari emanciparsi dalle proprie ossessioni, ma la memoria di Hopper (e ultimamente, accanto a lui, quella di Jack Vettriano) mi guida e cerco in modo affannoso quegli spazi.

Quel che mi resta da fare è partire con coraggio da ciò che ho in mano. Chiunque si avvicini a una nuova arte, come a un nuovo amore, non è mai del tutto vergine (o non lo è affatto). E i miei Carver, Buzzati, Calvino e colleghi scrittori (nelle cui pagine "non succede niente") alle prese con un immaginario volumetrico o emotivo sono comunque un punto di partenza, accanto a quei fotografi, McCurry e gruppo Magnum in testa, che - con una nuova lettura della storia dell'arte - spero riescano a rifondare il mio linguaggio (con gran beneficio di ogni singola parola che io potrò scrivere su questo blog o altrove).

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