Oltre il monte c'è una valle

[RaccontiGuardo fuori, fuori piove, fa buio presto la sera, oltre il monte c'è una valle, stretta stretta che sembra una ferita, sul pendio c'è un castello, nella corte c'è un uomo in ginocchio che prega. Ha l'aria assorta e sembra non guardarti, ma, se per caso ti trovi su quella corte, sta' sicuro che ti guarda e ti chiama per nome. Il Dio che sempre prega deve dirgli tutto di te, se vuoi fargli uno scherzo, sta' sicuro che non riesce a meno che questo Dio non sia distratto.

Per un attimo Emmanuel alza gli occhi, non sia mai che ti osservi, pare piuttosto che si adegui al corso delle stelle o alle posizioni di un irrequieto interlocutore privilegiato. Puoi fargli qualunque domanda, ieri sera gli ho chiesto dove abitasse Babbo Natale, per un attimo ha sorriso poi mi ha detto che me lo avrebbe scritto su un foglietto così che non lo possa dimenticare e adesso che mi trovo con questo foglietto tra le mani e ho dimenticato i giochi che potrei fare con Babbo Natale, i regali che gli potrei chiedere, resto indeciso se mandare o meno una lettera anonima per non scoprirmi, o riderebbe di me tutto il paese. Siedo al tavolo e scrivo come meglio so, chiedo cioccolato e una ragazza con cui mangiarlo pregustandomi già i suoi gesti felini e rilassati all'interno di un sacco rosso: uscirebbe ridendo, programmata per non vedere altro che me, portando nella borsetta tante tavole di cioccolato semplice o guarnito. Mi attardo a precisare particolari anatomici e dolciari, poi scrivo con cura il mio indirizzo con la sigla di un nome, se vedo un vecchietto pensieroso agitarsi per l'aria sopra casa mia con un sacco scalpitante e felice potrò sempre farmi vivo. Starò a guardare tutta la notte, potrò allontanarmi dalla cena e dai regali inutili.

Scendo, compro i francobolli (non so bene quanto costi così ne metto due) e imbuco il plico col progetto e la planimetria generale della ragazza e del camino (se aspetti Babbo Natale la stufa diventa una soluzione poco economica e stupida).

Passano i giorni e il Natale arriva sempre come meno te lo aspetti: prima di tutto fiocca dal cielo una notte invernale priva di candore; solo Babbo Natale - lontano da qui, però - pratica il cielo, in attesa di lasciarlo al più presto; lancia il carro e le sue renne come dovesse affrettare le pagine di per sé impazienti del calendario quotidiano nelle camere addobbate dei bimbi; li spia dalla finestra come se si attendesse da un momento all'altro di vederli finalmente cedere, ma i bimbi stanno lì impettiti a studiare, rispondono "sì, mamma" e si alzano solo per vestirsi e scendere a comprare il pane o quel che manca ad una cena neanche passabile, composta com'è di minestra di verdura e del formaggio, poca frutta e subito a nanna. Un sonno senza incubi in cui Babbo Natale possa entrare travestito da papà e depositare sotto un albero plastificato dei pacchi squadrati e più lucenti dei suoi sonagli. Un sonno senz'auguri ad ogni angolo di strada, distribuiti come caramelle al supermercato, senza valore, senza una nota d'intimità che superi il sudore.

Ecco: i bambini dormono beati al di là del vetro, cioè al caldo, qualcuno fa finta, attende il rumore familiare di ogni notte come questa, lo scalpicciare di un vecchio ancora tanto forte e buono, mica come il nonno, sempre fermo a brontolare sulla sua sedia che questo non va bene e quest'altro nemmeno, che la zuppa è troppo calda e il vino troppo vecchio, che non c'è rispetto per nessuno e tanto meno per i vecchi ma il piccolo Ivan non capisce, sta lì, non vede l'ora d'abbracciare Babbo Natale, sente la festa oltre la porta, la sente eccome, mamma chiama i numeri, zia Eva che fa ambo, poi terno, oh, sì, certo, ha anche il sei, continua a vincere tutta la sera; e sente papà che taglia il dolce e ne da una fetta l'uno ai cugini più grandi, quelli che non aspettano più Babbo Natale perché stanno al gioco e fanno conto che nessuno verrà stasera, prendono in giro il piccolo Ivan, che ci crede ancora a quelle storie e trascura la sua compagnetta di banco, che certo è molto più interessante d'un buffo ectoplasma… Oh, ma stavolta aveva previsto tutto, Ivan, Babbo Natale non si sarebbe accorto come ogni anno che faceva finta di dormire, no, e non si sarebbe addormentato come l'anno scorso, aveva bevuto del caffè, gettato a terra la tazza, raccolto i cocci, confessato la sua colpa, chiesto perdono, fatto gli auguri a mamma e parenti, percorso in fretta il lungo corridoio per stasera magari illuminato, raggiunto il suo letto e sollevato le coperte, ci si era ficcato dentro in gran premura nascondendo il sorriso di vittoria. Ora ha tutto il tempo per prepararsi e magari distrarre Babbo Natale, fargli dimenticare l'accaduto, comunque siamo già d'accordo, io porto i maglioni pesanti, lui le coperte, vedremo il da farsi in seguito.

Da un cespuglio vedo un vecchietto vestito di rosso, dico "scusate-deve-essere-per-me" e vado alla porta. Mi guardo allo specchio, una sistematina ai capelli come quando bussava Joan, apro con un piccolo colpo di tosse, mi da un tono, Babbo Natale mi consegna il pacco, devo solo mettere una firma, frattanto m'informo sul suo stato di salute ma a guardarlo capisci subito che non può più fare i giochetti di quand'era giovane, se non altro per l'allergia alla polvere, capisco, sempre dietro apposita ricevuta mi consegna un secondo sacco con dentro i doni per gli altri componenti della famiglia. Su ognuno c'è il nome. Ringrazio, faccio per dargli la mancia ma lui dignitosamente rifiuta. Gli chiedo qualche consiglio su cosa regalare alla ragazza del primo sacco (che pare finalmente svegliarsi) ma lui sorride e dice che ormai non saprebbe più perché i tempi sono cambiati ma per fortuna ha ancora consegne da fare e non m'intrattiene sui tempi che cambiano e dopo una breve stretta di mano monta sul carro e s'avvia dalla vicina che pare in pensiero e apre felice la porta. Mi scuoto dal mio incanto ed entro, a chi mi chiede chi fosse rispondo che era la ragazza di cui parlavo da tempo (anche se non parlo mai di ragazze perché di ragazze non ne ho quasi mai), annuncio il mio arrivo imminente in sala da pranzo dove m'aspettano per il secondo dolce. Ivan però mi chiama dall'altra stanza, e mi chiede come mai Babbo Natale fosse già andato via, rispondo che l'attendono a casa al più presto perché sua zia sta male, lui però non ci crede e con insospettabile prontezza investigativa conclude che ho mentito su molti punti, cosa che lo spinge a rivolgere la sua ricerca all'interno del pacco che tengo in mano. Al che ricordo di aver lasciato Birgitte dentro il sacco nell'armadio, corro a prenderla, ma sciaguratamente constato d'essere stato esaudito in ogni più perverso dettaglio per cui devo per forza scioglierle i nastri rossi ai polsi e alle caviglie e trovare qualcosa con cui coprire il suo corpo a ragione intirizzito dal freddo; lecco in fretta la panna di cui è coperta dal collo, ehm, diciamo… in giù, le consegno una maglietta e dei jeans poco natalizi e prendo le scarpe di mia sorella sapendo benissimo che comincerà presto un'animata conversazione sul consumismo che ci s'è cucito uniformemente addosso sotto forma di indumenti tutti uguali, mentre a coppie e con scuse di apprezzabile originalità tutti i parenti usciranno per confrontarsi su questa piacevolissima sorpresa. Sto quasi per raggiungere l'allegrotta brigata quando Ivan mi chiama di nuovo m'assicura contro ogni evidenza che Babbo Natale bluffa e m'incarica di avvisarlo che rossa non gli piace e che la prossima volta vuole una bambola gonfiabile bionda.

Presa visione dello stato d'ottima salute di cui gode il mio cuginetto ormai prossimo a crescere, come s'invecchia, mi approprio di quanto resta della consegna e faccio il mio ingresso trionfale in sala da pranzo dove un coro cieco e unanime festeggia il nuovo ospite come merita la cara amica del loro caro Giovanni. Il quale "caro Giovanni" si trova in grande imbarazzo quando si rende conto che la "cara amica" è incapace di superare tre sillabe consecutive in qualche modo dotate di senso e di tenere almeno in pubblico le mie mani lontane dalla sua impalcatura edile. Dopo aver aperto i doni, mi allontano con una scusa che non crederebbe nessuno senza offendermi e mi addentro senza pudore nelle stanze più riposte di casa mia. Ma esco a fatica, il focolare mi chiama a sé; per fortuna è un focolare cedevole e accetta di fare una passeggiata. Proprio stanotte voglio rendere omaggio a Emmanuel, ci avviamo per le strade più agevoli del monte, cerco di avvertirla, di prevenire lo spavento ma l'urlo che Birgitte caccia quando vede la valle rimbomba sinistro per tutta la regione e se non fosse che ho bevuto giurerei di vedere il carro di Babbo Natale schiantarsi contro l'altro monte e cadere di sotto, con buona pace delle renne volanti. Dicevo: Birgitte urla, cadremmo se un'aquila ipertrofica non ci portasse sul suo dorso fino al castello dove Emmanuel prega ancora. Per la prima volta quell'uomo ride, o meglio qualcuno ride per lui col suo volto, lo chiamo, gli chiedo "che c'è" e lui risponde che potevo tenermela un altro po'. Lo guardo stralunato, "devo precisare assolutamente che non si tratta di un dono", ma s'inginocchia a pregare anche lei. "Se è un gioco, voglio giocare anch'io", m'inginocchio a pregare anch'io. Dopo poco il gelo entra nelle mie vene, vorrei spostare il capo ma non ci riesco che l'indomani, in tempo per accorgermi d'essere rimasto solo tutto questo tempo.

Guardo fuori, fuori piove, fa buio presto la sera, oltre il monte c'è una valle, stretta stretta che sembra una ferita, sul pendio c'è un castello, nella corte c'è un uomo in ginocchio che prega. Non credetegli, è un uomo ferito, gli hanno rubato una donna.



Roberto Oddo

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