La centesima stella

[RaccontiLa storia di Jean Poilains, il vagabondo. Capitolo 3


Nessuno può ricordare meglio di un ragazzo che riva con la mente a tutto ciò che ha fatto e che ha amato. Ne rivede soltanto l’essenziale. Tutte le sue passioni sono elementari, serba di esse soltanto le immagini perfette.
Eric Jourdan, Gli angeli malvagi

Beffarde, le associazioni del mondo naturale, con i pianeti in intervalli musicali attorno al sole
Jeanette Winterson, Arte e menzogne

Di notte, dicono, il sole ha paura del buio e si rifugia dietro quelle montagne; allo stesso modo, da bambino, tiravo su le coperte fino al mento, volevo arrivassero a coprirmi tutto, sentirmi soffocare dal cotone delle lenzuola come ora dalla tua pelle che mi scivola lenta addosso, dalle tue labbra che cercano un mio bacio, voglio perdere il fiato. Il mio dito, come una goccia d’acqua, delinea i tuoi muscoli ed esita lascivo nelle pieghe più invitanti della schiena, dei fianchi cui mi tengo, del dolce peso che mi sovrasta; i capelli neri, madidi, ti coprono a chiazze irregolari la fronte aggrottata e le palpebre socchiuse mi lasciano galleggiare un po’ nel tuo grigio che si picca d’azzurro. Le tue guance mi pungono appena, come quando sento queste mani sollevarmi decise attraverso la spugna d’un accappatoio, spogliarmene, strisciarmi sul collo, sul petto, tra le gambe: sei freddo! Le nostre bocche si schiudono come bolle di sapone che scoppino, si sciolgano in aria. I respiri sono poco più che vapori d’incenso che si spandono per tutta la stanza, fino alla finestra che albeggia… Guarderemo la vita rinascere, il sole controllare timidamente se il pericolo sia passato e fare lo sbruffone proprio là in alto: re del cielo, dicono.

***

«Stelle, indicateci la strada. Guardate, ci teniamo per mano, camminiamo a fianco. Seguiremo qualsiasi pentagramma, arrampicandoci sulle note più alte, al tempo dei metronomi più arditi. Questo povero ciondolo di quarzo è il nostro pegno, accettatelo, non siamo ricchi, indossiamo appena il soffio vellutato d’un unico flauto. Portateci tra quegli alberi fitti dove il silenzio secolare sarà gualcito solo dal ruvido crepitare delle foglie ai nostri passi e un vento fresco come la seta ci avvolgerà, accompagnandoci in cima al monte. Là, al primo chiarore del sole, brillerà, muta, circospetta, una fonte d’acqua cristallina e intatta. Sedendoci accanto, ne berremo due sorsi per sentire il profumo d’un fiore, donato per sempre agli amanti che si sciolgono negli abbracci, a quelli che sanno guardarsi, senza che il loro ardore appassisca come invece marcì quel fanciullo alla fonte di Nemesi.»

«Ragazzi, ascoltateci.»

Il suono è lontano, impreciso, di persone che si sveglino dopo un lungo riposo. André e Manuel cercano un punto per potere meglio udire. Lo trovano, si tratta di una roccia ben squadrata, con una leggera incavatura verso nord, proprio in direzione della Stella Polare: sembra una poltroncina, non comodissima ma adatta. Il verde attutisce lo scricchiolio arruginito delle stelle e consente, almeno, di capire qualcosa.

«La strada da seguire è molto lontana, la Luna l’ha tappezzata d’argento: vide, infatti, quel giovane implorare le selve e specchiarsi di nuovo; vide quel giovane implorare le selve e togliersi il manto, e specchiarsi di nuovo. Lo vide immergere le braccia quasi fino alle spalle, ma più sembrava avvicinarsi all’immagine amata, più ardeva dal desiderio, e più le sue mani erano fredde. Un sottile velo li divideva, un velo umido, e appiccicoso come quella ninfa dal cuore di pietra che ride del suo pianto. Li divideva soltanto una lamina d’acqua, ma tagliente come la spada regalata a quello stupido illuso. La sorgente, vedete, è il palmo d’una mano da cui bere, come una coppa d’ambrosia, e il fanciullo ne avrebbe bevuta ogni goccia, per trovarvi almeno il lontano aroma d’un bacio. S’inginocchiò, dunque, laddove gli alberi lasciavano un poco filtrare la luce notturna e chiese aiuto alla Luna. Ma non ebbe risposta e s’addormentò. Aprì gli occhi all’alba che stava sorgendo, corse alla fonte; anche il suo amore s’era svegliato, anche lui aveva pianto, chissà, forse anche lui aveva pregato la sua stella, forse era stato più fortunato. Avrebbe voluto parlargli, magari si potevano vedere a un’altra finestra, più facile da scavalcare. Gli gridava, gridava tanto che perse la voce. Cadde in ginocchio e, goffo, si rialzò. Pregò il sole, al di là dei rami e delle foglie. Pregò gli dei tutti. E ancora, nessuno esaudì le sue suppliche. E poi quel lampo negli occhi, la rincorsa. Ma non ebbe il coraggio e si fermò ben prima che fosse tardi. Di nuovo il lampo negli occhi, un piccolo salto e perfino dal cielo, lontane, sentimmo l’eco di quel tuffo. Sembra quasi che gli schizzi abbiano lucidato per bene le voci, fino a toglierne gli aloni polverosi e oscuri; ché anzi adesso la cantilena si fa più armoniosa, come passi di danza su calda moquette, al suono d’un pianoforte, o di un’arpa, abiti eleganti, vivaci guizzi di candele.»

André e Manuel, sconcertati, si alzano; fa freddo. Sonno. Sonno. Sonno. Al risveglio sono sdraiati su divani gemelli rivestiti con drappi in porpora e ricami in oro, non indossano più i loro abiti ma ciascuno un chitone e una clamide bianchissima. La stanza è piccola, molto essenziale ma elegante; e sembra malsicura, come una vecchia amaca sui suoi ganci. Manuel apre un piccolo oblò.

«Ragazzi, siete sul Piccolo Carro. Non c’entra la fantasia, non è un incantesimo, volevate raggiungere la fonte per bere due sorsi di quell’acqua; volevate raccogliere dei fiori per tutti gli amanti; ed eccovi a trottare per trovare la strada. Dovrete scendere sulla centesima stella, in questa direzione, ci vorrà un po’ di tempo; la vedete, è di fronte a voi, la sua pulsazione è irregolare, ma quando s’illumina sembra un fiocco di neve, quando invece s’oscura è un qualsiasi granello di sabbia. Là, la Luna ha limato da ogni pietra un mattone, liscio e squadrato; con essi ha tracciato un sentiero, tortuoso e ripido, sale su per un monte e dovrete arrivare in cima. Il resto lo sapete già. Ancora una cosa: non è possibile, per oggi.»

Ti guardo: tutta la storia mi sembra strana, come quando hai la febbre e tenti di afferrare qualcosa, ma vedi le immagini sovrapporsi, non sai più cosa fare, non sai più cos’hai preso. Rispondi: «Va bene, domani? Si sente, anche quasi sulla pelle, un grugnito di disapprovazione, o forse è solo quello dei cavalli (senz’altro bianchi, grandissimi) che portano il cocchio fatato (che si trasformi in zucca?). O forse è soltanto un dissenso: domani è troppo presto?

Dopodomani, la settimana prossima, il mese…? Comincio ad avere paura.

«No.» Il tono è perentorio. «Voi cercate una fonte cui già si è bevuto, e voi dovrete arrivare prima. Ricordatelo: viaggiate alla velocità della luce, e viaggiate sul carro su cui Apollo porta il Sole…»

Non so come, ma avverto un brivido. Ti appoggi alla mia spalla. Ci siamo fermati. Istintivamente mi aggrappo col gomito a una maniglia, ma - come tutto, qua sopra - sembra cedere. É un portellone, e si apre - silenzioso. Davanti a noi una strada quasi pianeggiante… multicolore: è l’arcobaleno. Provi a mettere un piede, ma ti tieni sempre a me; non affondi, ti lasci andare a una corsa sterminata, ti seguo: il pavimento è forse un po’ scivoloso, sarebbe l’ideale per pattinare; cado tra le tue braccia, apposta non avrei saputo fare di meglio. Scendiamo, tesoro, così come siamo, sulla Centesima Stella. Ci sediamo, dandoci la spinta, ma ancora non basta, ci vuole parecchia fatica, poi tutto diventa più facile, come quando al parco d’acqua m’aspetto di trovarmi immerso nella bocca dolciastra che amo, tra le braccia del corpo che m’aderisce, quando le gocce dei tuoi capelli continuano il loro percorso sul mio viso rigandolo, quasi lacrime di gioia.

***

Ci risvegliammo ch’era già ieri, ma non scivolavamo più: slittavamo per l’aria con una disinvoltura un po’ imbarazzante s’un tappeto orientale, chissà se persiano o cos’altro: un tappeto bizzoso, lo sentivi anche ridere - si divertiva a fare piroette, lasciandoci senza fiato, aggrappati agli angoli; avremmo senz’altro preferito trovarci accucciati s’una nuvola, forse sarebbe stata più accogliente e quanto meno non avrebbe punto, né si sarebbe giocata a tal punto di noi. Ma forse era meglio così, almeno si poteva riscendere a terra.

Qui era notte, silenzio. Non pareva esistessero città: tutto era buio, tranne per il fortuito illuminarsi delle lucciole, vicino a un laghetto sembrava ce ne fosse addirittura una colonia. L’aria era limpida: potevamo distinguere con precisione la geografia del luogo. Si trattava di un monte particolarmente alto delimitato tutt’attorno dal verde; solo in lontanaza, a sud, mhm… piuttosto a sud-sudovest, si vedevano delle montagne ma doveva essere estate, o qualcosa del genere, perché non c’era ombra di neve. Il cielo era completamente diverso, non si vedevano Venere né le costellazioni che conoscevo. Era tutto più ordinato e gli astri sembravano formare un disegno di cui però mi sfuggiva il senso, come quelli della carta con cui avevo impacchettato il mio regalo di Natale per te, amore. Ma ecco che tutto si fermò. Lo vidi dalla rigidità del tuo sguardo grigio e dal tremore delle labbra, dai muscoli contratti del volto. A quello sguardo, il tappeto rotolò via, dapprima timido e silenzioso, poi veloce tuonando giù per le stradine che conducevano alla valle già lontana e, in un lampo, disparve. Capii. Di fronte a noi s’estendeva la strada d’argento, c’era da risalirla per circa seicento metri e non sembrava facile. Decidemmo che ognuno l’avrebbe percorsa da solo, l’altro l’avrebbe seguito immediatamente. Salisti prima tu, ti ero dietro solo di una trentina di mattoni. Notai che barcollavi in cima, non sapevo se fosse o meno da attribuire alla stanchezza, ma - per istinto - così feci. Quando ti raggiunsi, ebbi un capogiro, per poco non svenni e non ricaddi indietro. Eri seduto qualche metro più in là e osservavi fisso: brillava, muta, circospetta, una fonte d’acqua cristallina e intatta. Accanto a essa, un ragazzo gemeva, si lamentava con la selva, si specchiava nella fonte; le parole non c’erano per nulla chiare ma seguitammo a guardare quel giovane moro screziare ancora d’azzurro la sorgente coi suoi occhi. Immergeva le mani nell’acqua, ma le ritirava via fredde e gocciolanti. Deplorava la sua condizione alla Luna; e a chi poteva rivolgersi, se no? Aspettava che il vento smettesse di giocare e che i sassi smettessero di deriderlo, aspettava che quella lama sottile, quel freddo velo d’acqua non lo ferisse più. Ma non ebbe risposta. Pregava, pregava, pregava gli dei tutti, e non ebbe risposta. Ti sei alzato, gli sei andato incontro; l’avrei fatto anch’io, se avessi potuto muovermi, ma ero bloccato, in ginocchio, per terra, l’erba sottile e tenera macchiava di verde il mio chitone. Gli hai dato la tua clamide, lui che s’era tolto il suo manto azzurro, scoprendo il corpo d’alabastro. Ti sorrise. Riuscii ad alzarmi, sarà stata la gelosia, in quel momento e vi raggiunsi. Rosso di rabbia: Oh, Manuel, Manuel che hai fatto?, mi dicevo. Perché hai aggrottato la fronte, perché hai chiuso gli occhi?

Cominciò a piovere.

Narciso sorrise anche a me. Ci guardò, a modo suo voleva cantarci la sua triste storia, ma ci stonò: disse soltanto d’un amore che non riusciva mai a bere fino in fondo, d’un amore che si poteva portare sempre con sé tra le mani chiuse a coppa, senza poterlo mai toccare. Fece una prova, ed ecco apparire il suo stesso volto, galleggiare come negli occhi d’un amante mentre lo spogli. Ogni tentativo era inutile. Aprì le mani, l’acqua cadde ai suoi piedi ben disegnati. Rimanemmo al freddo, così, fino al primo chiarore del sole, quando, in quel punto, nacque un fiore candido, tutto bianco con un cuore di miele dorato, come fosse una farfalla, e come una farfalla si posò dolcemente sulle mie mani e quelle di Manuel strette assieme in un pugno. Narciso sorrise, ma era già l’onda circolare che si dilata in uno stagno, ne raggiunge le sponde e, lì, riposa.

Di giorno, lo sanno tutti, io e la Luna temiamo d’essere accecati dal Sole e ci nascondiamo insieme tra gli astri per poter indicare ancora, a nuovi amanti la strada della centesima stella.

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