Militanza LGBTQI, parti e convergenze

[LGBTQI] La sigla LGBTQI (lesbiche, gay, bisex, transgender, queer, intersex), di per sé, è impronunciabile e rischia di rimanere sempre indietro in modo imbarazzante rispetto alla realtà, di sfaldarsi nella sua apertura pluralista. Amici eterosessuali, assolutamente favorevoli alla causa, mi fanno notare che la sigla non funziona anche perché esclude loro, loro che pensano che i diritti civili siano un problema di tutti, perché sono diritti per tutti.

Allora diciamo semplicemente che si parla dell'attribuzione dei diritti civili a qualunque cittadino, a prescindere dal genere biologico, dall'identità e dall'orientamento sessuale. Essere "di parte" in questa battaglia campale significa agire - ciascuno secondo la sua sensibilità, le sue capacità, le sue convinzioni e la sua voglia di scommettere - perché questi diritti vengano conferiti.

Se è vero, dunque che si combatte stando da una parte - e rispetto alla libertà non esiste una posizione neutrale - bisogna dire che genere biologico, identità e orientamento sessuale dei "militanti" sono attributi del tutto irrilevanti: il dirsi uomo, donna, eterosessuale, gay o altro ha un valore politico fortissimo, ma che deve essere affiancato a un più ampio e meno "individuale" progetto collettivo.

Molti cattolici (o filocattolici, o pseudocattolici) interpretano questi cambiamenti sociali parlando di un nuovo assetto antropologico che sarebbe distruttivo in quanto si sovrapporrebbe a un'idea monolitica e irrevocabile di complementarietà tra uomo e donna. Queste persone parlano perciò di "omofollia" e "omodittatura", proclamando che l'estensione dei diritti civili è liberticida.

Il punto è che il diverso assetto antropologico che nascerebbe non consiste nel sostituire un modello foriero di disgrazia a uno che invece sarebbe conforme a un idillico disegno divino: si tratta semmai di affiancare diversi progetti esistenziali di fronte a uno stato laico basato sull'uguaglianza dei cittadini. Ciò che esploderebbe non sarebbe la società, bensì la pregiudiziale supremazia di una scelta sulle altre.

Il timore, a mio avviso, è che all'interno delle coppie formate da un uomo e da una donna si inneschino meccanismi di indipendenza rispetto all'idea pervasiva di "naturalità" che le "dovrebbe" sottendere. Qualora ciò accadesse, verrebbe esautorata quella colonizzazione dei corpi che è alla base del potere di alcuni gruppi di pensiero (senza, per altro, che alcuna "lobby gay" ne abbia a guadagnare qualcosa).

Militanti LGBTQI(ecc.) e avversari non si intendono sul matrimonio perché attribuiscono all'istituto scopi diversi: il matrimonio non è ciò su cui una società dovrebbe convergere, ma uno strumento in mano a singole persone per gestire la propria affettività e la vita sessuale. Il matrimonio è uno snodo esistenziale e come tale dovrebbe essere trattato con serietà: oggetto di riflessione di ciascuno e di dibattito tra tutti.

Sono i singoli e le diverse famiglie a dover incontrarsi in quel contesto plurale che è la società. Ora, una società che non accetti di essere rappresentata da realtà diverse dalla coppia eterosessuale è intanto falsa, perché non rispetta la reale composizione dei suoi membri, le loro aspirazioni e l'universo affettivo. Poi è del tutto illiberale, perché vuole imporre a tutti un indiscriminato e preordinato modo di gestire la vita.

Si sta parlando, cioè, di un modello sociale che è viziato all'origine e che non può in nessun caso essere rappresentativo, perché rifiuta i nuclei che spontaneamente si formerebbero al suo interno con un progetto che superi la mera esistenza individuale. O, per dirla tutta, di una società premoderna nella quale il matrimonio "fertile" è uno degli strumenti di alleanza tra famiglie per mantenere patrimoni e poteri.

Quello che proponiamo, tra l'altro, come militanti LGBTQI è invece una società nella quale tutte le scelte affettive, sessuali e perfino politiche del sé siano in accordo con la crescita armoniosa della persona. Crescita che significa istruzione ed educazione allo stato, alla differenza e al senso di un pubblico non lasciato nell'assurdo latifondo dell'indifferenza, bensì difeso in quanto pertinenza di ciascun cittadino consapevole e maturo.

Roberto Oddo

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