Per dire ancora amore

[Racconti] La storia di Jean Poilains, il vagabondo. Capitolo 4

Non poteva continuare un solo giorno di più con questa ossessione che da qualche anno lo stava uccidendo. C’erano due sole soluzioni possibili: o morire entrambi o lasciarsi. E lui voleva vivere.
Pier Vittorio Tondelli, Camere separate

Io l'amavo con la follia del primo amore.
Eric Jourdan, Gli angeli malvagi

È una giornata grigia, il Sole e la Luna approfittano delle nuvole per un furtivo incontro d’amore e attraverso i vetri appannati riesco a vedere le luci che, già sagome d’angeli, si staccano dalla finestra per slittare spericolate nella stanza, danzare festose con la mia caricatura ombreggiata sulla parete, perdersi tra gli scaffali dei dischi accatastati in disordine, come a illuminare una qualsiasi melodia che invade i miei pensieri, dar corpo a timide note altrimenti solo disegnate sui binarî interrotti della mia memoria.

***

Una donna, camminandomi accanto con i sacchetti della spesa, borbottava fra sé e sé rifacendo forse i conti, dubbiosa, o recitando qualche salmo; sentiva senz’altro il mio respiro pesante, doveva aver capito che fuggivo da qualche parte: ogni tanto mi rivolgeva un’occhiata esplicita di disapprovazione, perché non ero a studiare, perché non ero a casa con i miei, o magari con gli amici al bar. Le risposi aumentando ogni passo di un mattone, così che in breve me la lasciai due-tre marciapiedi indietro e mi ritrovai in una piazza in cui era affollata della gente. Mi bloccai un attimo, non ero certo di voler raggiungere tutti quanti, o per lo meno: ero sicuro del contrario. Ma di lì a poco quella signora m’avrebbe raggiunto e ciò bastò quanto meno a scuotermi. A ciascun movimento mi sembrava di calpestare le mie speranze, mi sembrava di vedere il professore di fisica disegnare alla nera lavagna le forze uguali e contrarie che spingevano e respingevano le gambe e le braccia, il busto e il capo; era uno zoom crudele azionatosi in una macchina fotografica impazzita, vedere quella gente che si faceva grande grande, riunita in un mostruoso giro-giro-tondo: cercavo di scostare due poliziotti per farmi spazio e nel varco creatosi quasi mi tesero le mani per prendermi con sé nel loro cinico aprirsi e chiudersi, quasi il corpo urticante di una medusa ma erano solo i tentacoli di un polpo che mi teneva stretto, piangevo e mi teneva più stretto. Vomitai. Un branco di squali s’avventò su di me tentando di azzannarmi, dopo aver saggiato la bontà della mia carne: ed erano tre donne con dei fazzoletti, messe lì, pazientemente, a pulirmi. Riuscii a svincolarmi velocemente e a nuotare tra la folla fino al suo corpo arenato proprio laddove un’onda fortuita si schiantò sugli scogli, come quando un’automobile sbanda, lasciando che gli schizzi salissero al cielo per poi richetarsi in una pozza fangosa e silente.

Parla, dannazione!, parla! Gli agenti vogliono che ti riconosca, ma in che modo posso, cosa posso fare se non rispondi più alle mie mani e ai miei occhi? Quando ci buttavamo avvinghiati sul letto ti piaceva chiamarli stelle e dicevi ch’era bello vederle cadere e realizzare insieme i tuoi desiderî. Così non mi guarderò più intorno e le comete non si vedranno più percorrere il cielo caldo come un lenzuolo per distendersi a coprirci.

Riemersi dal sonno un’ora dopo, nel mio letto. Accanto a me, Monique stava rifacendosi il trucco. Abbozzò un sorriso. “Ciao!”, risposi. Mi domandò se avessi fame e dovetti riconoscere di sì, mi diede una fetta di torta che mangiai con avidità. Delle briciole mi caddero addosso e sembrava una frana di massi, crollavano in un avvallamento del pigiama. Piansi a lungo e lei mi fu vicina, sporcandomi di ombretto e fard, tanto che quando sollevò il suo viso dal mio scoppiò a ridere e sostenne che sembravo un pagliaccio, conciato in quel modo. Prese un batuffolo di cotone e tentò di pulirmi ma il contatto di quei fiocchi mi ricordò il tuo petto, quando vi disegnavo sopra bolle d’aria che salivano fino alla bocca e le sospiravi in un bacio con labbra carnose e soffici, la lingua che premeva sulla mia, cercava d’evadere e poi ritornava, era una donna ritrosa e compiacente che giocava d’astuzia, mi ritrovavo imprigionato e mai che riuscissi a fuggire, mai che volessi evadere, ed era una prigione, non era un sogno. E fu un incubo sentirsi strofinare con energia, Monique cercava di cancellare con forza tracce d’un suo abbraccio mentre io sentivo svanire troppo presto il calore del corpo di Jean, magari fosse rimasto almeno il suo odore, tutto fuggiva via, era una cascata. Allontanai con violenza la ragazza, chiese “che ti prende?”, dissi “vai via!” e mi accucciai nel letto. Le sentii esclamare “vaffanculo!” ma mi limitai a sussurrare “vacci tu!” più o meno come da bambino rispondevo alla mamma che la mattina non riusciva a svegliarmi per andare a scuola e allora diventava furiosa, sbattendo le porte, “alzati, idiota, alzati”, un vestito lungo, scomposto messo di fretta - e, discinta, ricompariva alla soglia della mia stanza ch’ero già in piedi. Alzati, idiota, alzati, non stare lì sdraiato ad attendere che stenda sul tuo corpo le mani, alzati, non vedi questi fiori?, li mettiamo in un vaso con dell’acqua perché durino a lungo e profumino la stanza.

(Giro-giro-tondo-quant’è-bello-il-mondo…)

Avvertii un brivido veloce, ma non era il sesso di Jean: Monique stava porgendomi una rosa bianca e la lasciò cadere, ferendola - pare - al contatto con le mie gambe, se stille di sangue macchiarono il lenzuolo. Dall’altra stanza proveniva, a basso volume per non disturbarci, l’Ouverture del Don Giovanni di Mozart. Chissà dove ha ripescato quel disco, credevo si fosse perso tra gli scaffali, magari finito sotto qualche mobile. Comunque, eccola. I capelli sciolti dalla treccia, ondeggiavano sul seno trattenuto a stento da un corpetto nero. Non so perché lo fece, né con quali speranze, ma tentò di sedurmi, e ci riuscì, in qualche modo. Non ero abituato al contatto con una donna, io volevo sentire i muscoli tonici guizzare al mio contatto, volevo il delicato ed elegante gioco erettile della pelle e non una molle e voluttuosa immersione, l’immaginavo una pozzanghera, ma fu un abisso: sapevo benissimo di risentire il profumo di Jean nella pelle della sorella ma tutto era come diluito, esattamente come la mia passione, andavo a ripescare quelle fangose pulsioni scrostate non so più da dove e le spalmavo sul suo grembo; quando infine tutto finì, fu come un’onda fortuita che si schianta s’uno scoglio già eroso in un turbinio di schizzi per poi placarsi in una pozza silente.

***

Accarezzo il vetro con la mano e guardo fuori: le automobili passano, per ogni automobile chissà quante storie portate via. Squilla il telefono, vado a rispondere “pronto?!” ma dall’altro capo del filo c’è un silenzio imbarazzato, poi un debole sospiro, infine cade la linea. Mi siedo sul letto, accanto al comodino, e aspetto. Non troppo, ed ecco il telefono. Uno, due, tre, quattro squilli. “Pronto?!”. “Pronto, Pier, sono Federico. Sei solo?” “Sì, sono solo.” “Sto venendo.” Gli risponderei “no, scusa, stavo per uscire” ma non me ne dà il tempo, immagino sia già per le scale. Devo andare a prepararmi, mi lascio prendere da un leggero colpo di tosse e da un sonno pesante e corposo che ricorda il calore di Jean, ricorda il sonno beato all’alba in terrazza, d’estate, dopo una notte passata a sceglierci la stella su cui andare ad abitare, a cercare tracce di extraterrestri che venissero a portarsi via mia madre e mio padre, tua sorella Monique, e tutti quelli che ci va di veder sparire per sempre e che non abbiamo il coraggio di uccidere, tutti quelli che vorremmo cancellare per sempre dalla nostra vista ma si disegnano sempre sulla tela del nostro campo visivo, ora uno schizzo, ora un acquarello, ora un ritratto a olio untuoso come l’immagine della brace d’un fuoco che va spegnendosi e non riscalda più, ma ti lascia, freddo, s’una strada a languire nella polvere, poi cedere al vento, allo strillare delle sirene o dei gabbiani in una spiaggia, quando vi risali stanchissimo e ti butti per terra, avido d’aria, dannato mercante di sesso, aspetti le mie mani, ti stendi tra le braccia e sento la tua respirazione adattarsi alla mia, sento le carezze, ma fuggi, ti alzi e scappi tra le rocce, ti nascondi, aspetti ch’io ti raggiunga, ch’io ti tocchi e, crudele, rifuggi di nuovo, lasciandomi i piedi bruciare dal dolore delle ferite, lasciandomi le mani bruciare dal desiderio. Ma tu non sei un miraggio, non sei un’illusione, s’è vero che i sogni ti tengono chiuso in un cassetto per lasciarti andare per poco a loro piacimento: tu sei morto. E alla morte non si sfugge, non aprirai mai quella bara, m’hai rinchiuso lì con te, speravo d’uscire, ho urlato “aiuto!”, ho urlato “vi prego!”, s’è appena sollevato un velo di terra, hanno avuto paura e sono fuggiti tutti. Oppure sei una candela che vorrei accendere, che vorrei si consumasse nella cera che cola bollente sulle mani e poi si raffredda, ma no - che non ci riesco, finisco sempre col rimanere dentro al buio, quando fuori c’è la Luna, o forse c’è anche il Sole, o forse sono scappati via assieme da qualche parte lasciandoci in questo ballo grandioso di fiaccole al buio, a illuminare gli arazzi alle pareti: sarai il cavaliere o la Dama? O sei solo un folletto che si nasconde nel bosco, un paggio fiero - più della sposa - del velo che porta o l’ombra schizzata alla fine della strada d’argento sul mare: sei lo scoglio, Ulisse o le Sirene? O le sirene dell’ambulanza che ti portano via? O ancora il lontano ricordo di quando mi cantavi all’orecchio le ninne-nanne che mi facevano arenare, accoccolato alle tue gambe?

No, Jean, potrei dirti che t’amo ancora, potrei dire che le tue fotografie devastano questa stanza come demoni, come fasci di luce che attraversano le pareti e si soffermano tra gli scaffali di dischi accatastati l’uno sull’altro, quelli che non sento più da tempo. Potrei confidarti tanti segreti, di quando Monique mi sedusse, ma non servirebbe. A che servono i segreti? Sono solo bugie sussurrate dolcemente nella notte all’orecchio d’un amante innamorato… Non ti ho nascosto nulla, sono stato tuo sempre, e tu che dicevi dei miei occhi ch’erano comete, m’hai afferrato al volo per lasciarmi cadere a tuo piacimento; come faresti con una palla, hai giocato a farmi rimbalzare con le tue mani su qualunque parete, costringendomi a schiantarmi con la realtà che sei solo un ostinato mercenario e lasciandomi adesso a marcire in questa pozza di malumori e odio. Sei stato una luce capace d’oscurare tutto il resto, e non so dirti cosa sei ora per me, a parte un perfetto delinquente. T’hanno amato per i tuoi occhi, t’hanno amato per il corpo forte, lineare, elegante, per i versi che hai lasciato, ti faccio i miei complimenti: t’hanno amato perché sei un poeta, perché sei anche un ottimo amico, sei quasi un padre, ché se il compito d’un amico, lo sai, non è di consolare bensì di aiutarti ad andare avanti, quello d’un padre di spingerti avanti a forza e ciecamente, il compito d’un amante, Jean, è di accompagnarti per la tua strada e di saperti guidare, è di tenerti per mano a percorrere assieme strade diverse, ma tu, Jean, sei solo il capolinea d’un autobus alla periferia d’una città fantasma e, mi possa costare la vita intera, camminerò sempre lungo vie deserte, tra donne che, portando pesanti sacchi della spesa, recitano minacciosi salmi e mi guardano male, i miei passi calpesteranno, mattone per mattone, interi marciapiedi fino a trovare una piazza, tanta gente che danza al ritmo d’una musica festosa e trascinante, comincerò a ballare anch’io dando le mani agli altri per giocare a giro-giro-tondo, per stringere sempre altri odori nei miei, per dire ancora, in un sospiro, “amore!”.

L’aria qua dentro s’è fatta pesante; apro la finestra: le nuvole si sono diradate e il Sole, strappato un po’ a malincuore dalle braccia della sua amante, è tornato a splendere in cielo.

Roberto Oddo

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