Rondeau - Storie da Parigi (introduzione alla saga di Jean)

[Racconti] Ricordo Parigi di notte, solo nel buio. Di tutte le mattine luminose, di tutte le storie diurne che potrei raccontarne, scrivo solo delle stelle più lontane. Nessuna città si è impressa con tanta capacità selettiva - e seduttiva - in me.

Parigi, città di adulti: la prima volta che la vidi, la odiai, non ci capii nulla, ma ero davvero piccolo. Ora ripenso ai suoi scorci grandiosi, monumentali, e mi viene una nostalgia mortale. Non ho voglia di andarci, come sempre il mio è bisogno di esserci.


Parigi esce dalle mie narrazioni con la stessa facilità con cui l'acqua sgorga dalla fonte: sembra che non ci sia modo di ricostituirla, la si alimenta in segreto, nello sciogliersi silenzioso dei ghiacciai in me, nel lento deposito del tempo. 

Parigi è lontana, galleggia in tutto ciò che scrivo: non avrei attraversato Berlino senza le sue vie, senza il mio annoiato pellegrinaggio tra le sue strade, senza il Marais e i suoi locali notturni e il quartiere latino, il Père Lachaise e Saint-Eustache, senza Boris Vian e Jacques Brel.

Parigi è l'irruzione del cielo sul mio sguardo così terragno, lo straripare del fiume sulla sabbia della mia fantasia e la sua ritirata limacciosa, è la riva sinistra del mio vagabondaggio, la liberazione e la conferma. Parigi è tanto tempo fa come i miei racconti di Jean.

Jean non esiste, non l'ho neanche immaginato, non lo potrei chiamare sbagliando nome. In lui c'è un ricordo intensissimo di un ragazzo che ha un nome e un corpo che desiderai, eccome, e che però non lo spiega. D'altra parte esiste la Parigi dove abita, esiste il furtivo entrare e uscire di Jean dal battuage milanese che fu solo un episodio 

Jean è un ragazzo qualunque e più bello, di questo sono certo. Dopo quasi vent'anni si è preso, in abbondanza, la sua rivincita, ha preso forma nella sua morte. Mi manca meno della Parigi in cui si è scoperto vivo - e poi finto. Jean, come Parigi torna e mi avvolge tutto, è l'equivoco più desiderabile che conosca; un ritornello, ti rimane in testa e lo canticchi sbagliando le parole.

E non sai né come sia cominciato, né - esattamente - come finisca.


Roberto Oddo

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