Tommaso Giartosio, Perché non possiamo non dirci. Letteratura, omosessualità, mondo

[LGBTQI] Di cosa parliamo oggi?
Di un libro di Tommaso Giartosio. Il titolo è molto lungo Perché non possiamo non dirci. Letteratura, omosessualità, mondo, ed è stato pubblicato da Feltrinelli nel 2004.

Impegnativo, direi. E poi, scusa, non è un libro già vecchio?
Ma hai visto gli altri post di Das Kabarett? A parte lo scherzo, è vero, ma da qualche parte dovevo pur cominciare a riflettere in termini di militanza. Appena ho intercettato questo titolo, mi è sembrato perfetto. Intanto, ho già una certa dimestichezza con la voce dell'autore (è uno dei conduttori di Farhrenheit di Radio 3) e questo mi aiuta. Poi c'è il fattore determinante del titolo: senza di quello, forse ne avrei posticipato la lettura. Sai?, per quella storia del dire di sé, e in particolare "dirsi gay", che è un po' un mio pallino, già da prima del coming out mediatico.

Quindi è un punto di partenza...
È anche un punto di arrivo: di arrivo delle mie riflessioni sul senso del proprio essere-nel-mondo...

Un attimo, questo è un blog, non parlare difficile, se no i tuoi lettori ti abbandonano subito. E soprattutto non millantare competenze filosofiche che non possiedi.
Hai ragione su entrambi i fronti, ma - come mi disse poco tempo fa un amico di vecchia data - "è primavera e tu sei adolescente". Credo intendesse "avventato", perché adolescente certo, ahimè, non sono più. Ma veniamo al punto. C'è un punto del libro che descrive esattamente i diversi stadi attraverso cui sono passato e ritrae - anzi stigmatizza - in modo spietato un certo intimismo che condividevo senz'altro.

Spara.
I signori che tu hai in mente si sono fermati al loro "orgoglio gay minimo", alle poche libertà di cui già dispongono e non chiedono altro: salvo poi protestare per le mille piccole discriminazioni che subiscono ogni giorno. Tengono lo sguardo ostinatamente rivolto verso il basso, forse verso i propri piedi, e si rassicurano vedendo che c'è spazio per un passetto. Certo quello che dico può servire anche ai loro fini. Però io credo, in realtà, che quello che dico spieghi loro; e che possa anche spiegare e giustificare prospettive più ampie. Come ti dicevo prima: nuovi modi per fare comunità.

Sì, eri tu prima dell'autunno e in particolare prima di Pride. Ma l'autocommiserazione non ti fa onore.
Sai?, ci sono tanti modi per guardarsi indietro. Chi si volta con la consapevolezza di aver già perduto tutto, di avere sbagliato strada, rimane imbrigliato in un passato che lo costringe a non saper guardare più avanti: è troppo facile essere vittime, tanto più di se stessi, soprattutto per chi come me è fortemente "inerziale". Molto meglio, piuttosto, pensare di essere arrivato fin qui per altri percorsi - e, soprattutto, arricchito da quei percorsi.

Tommaso Giartosio
Però, perdonami, mi sembra che la tua strada sia un po' tortuosa.
È vero, non è delle più lineari. Ma l'aver creduto in dei progetti di orientamento diverso è l'unica ricchezza che posso portare a una causa in cui credo tanto e che, per di più, mi coinvolge e mi riguarda. E ancora più, per quei strani giochi che il destino ci gioca, il lessico non è molto diverso. La verità è che gli schieramenti "contrapposti" in campo di diritti civili parlano delle stesse cose e affrontano problemi molto simili, ma da angoli diversi.

E dunque, quali sarebbero i temi di questo libro di Tommaso...?
Giartosio. Guarda, i temi stanno tutti nel sottotitolo: Letteratura, omosessualità e mondo, e ci sono tutti e tre, non solo la seconda, anche se non credo sia un caso che all'omosessualità spetti la posizione centrale.

Però, scusa, è un po' generico. Oggi qualunque giornale - neanche troppo impegnato - parla di questi tre argomenti.
Il fatto è che non saprei trovare una sintesi migliore, ma proviamoci, così magari spiego quella storia del lessico a cui facevo cenno sopra. In Perché non possiamo non dirci, Tommaso Giartosio parla di discriminazione, coming out, diritti civili e rivede la tradizione letteraria alla luce dello "sguardo" omosessuale.

In pratica è il manifesto di una qualsiasi associazione LGBTQI.
In pratica, semmai, tocca gli stessi punti: Tommaso Giartosio parla da intellettuale inserito, ma non inquadrato all'interno del pulviscolo associativo omo-trans-intersessuale. Non è difficile riconoscere posizioni ben note, ma non c'è dubbio che la voce è quella di una persona singola, che presta il suo corpo e la sua mente a fare - e portare avanti - un discorso univoco. In questo sta un po' la ricchezza e la povertà del libro.

Vuoi dire i pregi e i difetti?
No, no, intendo proprio ciò che di più ampio e problematico offre Giartosio ai suoi lettori e ciò che invece non riesce a raggiungere un vasto pubblico e dunque a farsi discorso "radunafolle".

Ma tutti i grandi leader tengono molto ad apparire persone emergenti e quasi isolate nel loro entourage, persone-chiave!
Questo è vero, ma è di un libro che stiamo parlando e di un libro, per di più, abbastanza impegnativo per i temi, le soluzioni e - scusa il "didattichese" che ogni tanto salta fuori - i prerequisiti che richiede al lettore. Inoltre è anche vero che l'avere individuato temi comuni a interlocutori tutt'altro che teneri non ne fa per forza un luogo di incontro e di confronto - basti pensare a tutte le polemiche che hanno preceduto il convegno "pro famiglia" a Milano del 17 gennaio 2015.

Brutta storia. Ma non sei troppo autoreferenziale? In fin dei conti, credo che i lettori del tuo blog non abbiano capito ancora molto di questo libro.
Vedi, la mia non vuole essere una recensione, ma una risposta. Di riviste che appongono riassunti, stelline e gradi di readability ai prodotti editoriali ce ne sono quante se ne vuole (e di più). A me interessa che emergano le questioni che pone l'autore nella loro attualità e nella loro immediatezza. E in un libro che vede campeggiare il dirci, non poteva che prevalere la discesa in campo personale, la soggettività di una storia che si racconta. Del resto, a onor del vero, credo sia questo il compito di chiunque parli di un libro, di qualsiasi libro.

Però è vero che sarà più facile comprendere la tua "risposta", come la chiami tu, se metti in campo le idee di Tommaso Giartosio.
E allora l'autore mi perdonerà se dirò a chiare lettere che la parte che mi ha interessato di più è tutta la sezione che riguarda il dittico "letteratura e politica". Non che i tre elementi del sottotitolo siano scissi o scindibili l'uno dall'altro, anzi mi sembra che l'omosessualità traspaia più che essere oggetto in questo discorso. Per il resto, mi sembra che, laddove scende in campo con una militanza intellettuale da "letterato", Giartosio si faccia più efficace. In pratica si sottolinea qui lo sguardo divergente della letteratura - cioè dei libri, delle opere e, in ultima analisi degli autori - contro lo sguardo di sintesi (a prescindere dagli esiti più o meno felici sotto gli occhi di tutti) della "politica".

Niente di speciale.
Niente di rivoluzionario, vorrai dire, certo. Però mi piace il modo in cui Tommaso Giartosio, partendo dalla lettura del quindicesimo canto dell'Inferno e dall'incontro con Brunetto Latini fino ad arrivare a Pasolini e Levi, riesca a illuminare tutta una certa tradizione letteraria italiana. E c'è di più: discute anche il rapporto contraddittorio degli omosessuali italiani con questa tradiione, nel preferire spesso autori stranieri nel consolidamento della propria identità.

Scusa se ti interrompo, mi sembra che il termine "identità" sia problematico in Perché non possiamo non dirci...
Eccome se lo è, terribilmente: noi lo assumeremo, come fa Giartosio, in fin dei conti, perché più o meno ci capiamo e perché, a dire il vero, mi sembra che nel libro non si facciano passi avanti in senso di acquisizioni definitive... e, insomma, l'autore non convince fino in fondo.

Allora non sposi in toto i suoi ragionamenti?
Naturalmente no, e non mi interessa che ciò accada. Se è per questo, mi sembra anzi che la forma-intervista con se stesso a un certo punto stanchi e finisca con il sembrare ripetitivo e soprattutto dissemina le risposte che fornisce l'autore, con la sensazione - in qualche caso - di non riuscire a circoscriverle con esattezza. Ma non è questo il punto, il punto è che quella lettura dei classici letterari italiani di cui parlavo prima mi piace molto e che Perché non possiamo non dirci mi dà l'occasione di rivisitare tutta una serie di idee e quanto meno mi offre lo spunto, attraverso la sintesi, per superare un'impasse che era un mio limite.

Torni a parlare di te, qualcuno potrebbe annoiarsi. Tanto più che sembra tu voglia sempre sottolineare la tua inadeguatezza. 
Non posso che parlare di me, perché questa è la mia esperienza di lettura. E poi non godo di specchiarmi in una superficie deformante, ci mancherebbe altro. Però è un fatto che, da quando ho fatto coming out mediatico, ho scelto di privilegiare come foto profilo il mio volto senza orpelli e di togliere qualunque nick inutile. Mi dico per quello che sono, Roberto Oddo, e - nel caso specifico - Roberto Oddo che dialoga a distanza con Tommaso Giartosio su alcuni spunti

E cosa gli diresti se potessi parlargli davvero?
Gli direi che condivido la sua idea sulla discriminazione delle persone LGBTQI, anche se non condivido la sua scelta di lasciare una specie di porto franco a una sorta di omofobia depotenziata a luogo comune; piuttosto, io insisterei sulla necessità del dialogo con le diverse controparti. Lo so, l'aver individuato dei temi comuni non dà nessuna garanzia di un accordo, anzi, Sorge anzi il sospetto che ci sia la recriminazione proprio sul fatto che parliamo delle "stesse cose" (vedi il termine "matrimonio", per esempio), almeno da parte della comunicazione mediatica cattolica e della destra più omofoba.

Non si abusa troppo del termine "omofobia"?
Lo pensavo anch'io, e senz'altro ci sono circostanze nelle quali la si dovrebbe bandire. Ma negare che esista il problema è delittuoso. E dirò di più: l'omofobia non è neanche un problema (come quello che affronta Tommaso Giartosio, in particolare nel capitolo quinto di Perché non possiamo non dirci) e, a dire il vero, non definisce neanche un comportamento. A me sembra che l'omofobia sia un tema e quello - tra tutti - il cui possesso ci viene rimproverato di più.

Un tema?
Sì, un tema e forse il tema - specie dalla pubblicazione di questo libro nel 2004 a oggi: le rapide battute "da bar" (scambiate in ogni occasione) in merito al fatto che i gay esistono, d'accordo, e che facciano pure quel che vogliono in privato!, ma insomma i matrimoni sono un'altra cosa e così via, le occhiate indagatrici o le tranquille prese di distanza non sono altro che un convergere attorno a un cluster di argomenti. Il tutto mira a neutralizzare l'accusa di omofobia, rimandandola al mittente, e interpretando le posizioni espresse dalle falangi più retrograde come le uniche possibili, le uniche legittime. In quest'ottica, le altre sono un incomprensibile - più o meno satanico - sovverimento della realtà.

Una questione radicale, in sostanza, una "domanda di senso".
Sì, e il lessico cattolico secondo me rende benissimo l'idea. È a partire da quest'interpretazione della natura che tutto il resto scaturisce, anche considerazioni che nuocciono all'intelligenza degli amici "cattolici" radicali. Parlo in particolare, ancora una volta, dell'opportunità dei matrimoni gay, che riguarderebbero una fetta davvero ridotta della popolazione...

Ma è vero! Non tutti gli omosessuali intendono sposarsi.
Infatti è vero: ma questo che c'entra? A me sembra che tutto questo discorso sul diritto di matrimonio non debba portare a un'iscrizione in massa in qualche fantomatico (e in Italia ancora fantasmatico) registro, ma al riconoscimento di diritti civili. Siamo o no tutti cittadini italiani? Paghiamo le tasse, eleggiamo, prendiamo multe come gli altri e siamo soggetti agli stessi codici legislativi, non si capisce in nome di cosa ci si debba vietare l'accesso a un "pacchetto" di diritti già configurato e riconoscibile in società col termine di matrimonio.

Diritti e doveri.
Non diciamo stupidaggini, per favore. Noi i doveri li assolviamo tutti nell'atto stesso di scegliere una persona accanto: non ci prendiamo cura dell'altro, non lo/a/* accompagniamo in ospedale se c'è bisogno, non facciamo insieme le spese o non ci suddividiamo i compiti domestici, non condividiamo insieme l'ansia per l'esito del test HIV, non andiamo alle riunioni di condominio? Anzi: il mancato riconoscimento di questo diritto di essere parte di una coppia ci impedisce spesso di svolgere i nostri doveri nei confronti del/la compagno/a come dovremmo. E guarda, per quanto io sia favorevole a un'estensione dei diritti individuali (e anzi sebbene ritenga necessario farlo subito), non si può parcellizzare (e quasi disintegrare) in mille piccole dichiarazioni di "accompagnamento" all'occorrenza (e dunque di emergenza) il rapporto stabile e duraturo che io posso voler avere con una persona, nel rispetto della sua identità e della sua libertà. Senza contare che, come so per esperienza, queste dichiarazione di diritti individuali sono costosi atti notarili che non tutti possiao permetterci.

Però molti gay conducono una vita più "trasgressiva", fatta di sesso occasionale e vita promiscua.
Mi piacciono le virgolette a "trasgressiva". Ovvio che è così e mi piace tutto il ragionamento che conduce Tommaso Giartosio in merito, sia in quel capitolo 5 già citato (che non a caso è centrale nel libro), sia a proposito di Pasolini. Questo nesso che l'autore stringe tra autobiografia e discorso politico mi è congeniale quasi fino al cortocircuito.

Infatti non mi hai ancora risposto.
Come ho già avuto occasione di dire più di una volta su questo blog e altrove, io credo nella libertà individuale e nell'autodeterminazione (e per questo sono un fermo sostenitore del Partito Radicale): confinare gli omosessuali a quest'eterna posizione di partenza - peraltro negandoci l'accesso all'arrivo dei benedetti diritti civili - è un limitare il discorso a un'approssimazione imperfetta di alcuni all'ambito della "natura", così come ce la vogliono imporre. La promiscuità è stato l'ambito nel quale hanno voluto relegare le persone omosessuali e per molti un problema vero è che - come categoria - vogliamo uscire dall'obbligo a una vita all'oscuro. Si tratta di venir fuori e il venir fuori è l'atto più decisivo che esista. Dobbiamo dirci per essere liberi.

Non sarà un po' invadente questo doversi dire a ogni costo?
Ancora!? Certo, non è possibile pretendere che tutti lo facciano, o comunque che lo facciano anche altri. D'altra parte non è pensabile (ed è terribilmente stupido) limitare la libertà di dire, a nessuno consento di entrare nelle dinamiche di ciò che è privato e ciò che non lo è. Se è giusto rispettare - e dunque educare - i sentimenti di chi ti sta vicino, la cosiddetta discrezione borghese è un male incurabile, un freno che discrimina, un perbenismo che poggia sul nulla ed è perciò destinato a crollare.

Eppure è vox populi che siette tutto tranne che discriminati.
Già, la tv, il cinema, le mostre ecc. Poi il solito refrain: "Ma insomma, potete stare insieme, godere di numerose amicizie altolocate, il commercio è dalla vostra parte, cosa volete di più? Siamo noi, ormai i discriminati!" Ma cosa avremmo, nella vita quotidiana, più di chi vive serenamente la sua vita eterosessuale (com'è giusto che sia)? Da dove nasce questo stupore sul fatto che possiamo stare insieme, incontrarci, avere i nostri locali, "ghettizzarci" all'occorrenza (come amate dir voi) in un qualunque circolo ricreativo e sentirci più liberi e al sicuro? Cosa dovrebbe accaderci in più perché ci si debba considerare discriminati, e perché poi?

Non pensi che dopo questa lunghissimo post, in pochi saranno interessati a leggere anche il libro di Tommaso Giartosio?
Spero non sia così, poi il senso della lettura è quello di leggere anche altro, altrimenti non val la pena cominciare, se ci si ferma solo alla prima voce (e, in questo caso, con me, neanche autorevole).

E infine, a proposito di letture, cosa vorresti leggere di ciò che consiglia Tommaso Giartosio? Non avrai letto già tutti i testi di cui parla, immagino.
Lungi da me, magari! Naturalmente, si tratta di aggiungere propositi a propositi, ma insomma, mettiamola così, ho ampliato la mia lista dei desiderata. Sono riuscito già a trovare una copia de L'eroe negato di Francesco Gnerre, che sembra sia in continuità con il legame omosessualità e letteratura italiana che si riconosce nel libro di Giartosio. Per il resto, mi ha affascinato anche quel che ho trovato in giro su Mauro Curradi, di cui confesso di non aver mai sentito parlare prima, penso che Via da me (che in realtà apre una "trilogia africana") sarà una delle mie prossime ricerche. Posticiperò invece ancora per qualche tempo le opere di Eve Sedgwick, il cui approccio che so molto teorico in questa fase potrebbe non riuscirmi semplicissimo. Al momento sono in una fase di militanza un po' meno impegnativa sul piano teoretico.

Però sembri molto determinato...
Lo sembro sempre!

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