Un attimo più tardi

[Racconti] La storia di Jean Poilains, il vagabondo. Capitolo 2


Sarà un sentimento spasmodico, non privo d'ironia...
Pier Paolo Pasolini, Orgia

Vous me dégoûtez tous avec votre bonheur! Avec votre vie qu’il faut aimer coûte que coûte. On dirait des chiens qui lèchent tout ce qu’il trouvent. Et cette petite chance pour tous le jours si on n’est pas trop exigeant. Moi, je vuex tout, tout de suite - et que soit entier - ou alors je refuse! Je ne veux pas être modeste, moi, et me contenter d’un petit morceau si j’ai été bien sage. Je veux être sûre de tout aujourd’hui et que cela soit aussi beau que quand j’etais petite - ou mourir.
Jean Anouilh, Antigone

Ora mi uccido. Lo sai, ne sono capace. Vado nello studio, apro il primo cassetto della scrivania, prendo il fodero di velluto ruvido al tatto, di una tinta rosso-sporco, ne estraggo la pistola, forse è già carica, o se no: dove sono i proiettili? Potrei provare nella scatola giallo-sbiadito. È facile, basta un click (c’è il silenziatore), tutto si chiarirà: ho già disposto tutto, i dischi li prenderà mia sorella Deborah (lei li ascolta), i libri la mamma (lei li legge). Tu, Daniele, quando tornerai dalla tua festa, troverai il mio corpo incrostato di sangue: te lo lascio. È tuo per sempre, è quel che volevi.

***

Flash. Che le stelle invidiino questi attimi incandescenti. Birra. La bevo e mi dà subito alla testa, i contorni sono sfumati, distinguo malamente le sagome delle persone. Jean. La notte è troppo breve per farci all’amore e il giorno troppo lungo per dormirci su. Dove sei? Io so appena di trovarmi in una discoteca e che, di qui a poco, sarò a casa, comoda e confortevole, sarò a casa mia. Mi piace guidare di notte rassicurato dal tenero verde del cruscotto. Sensazione estatica: uscire da un locale fumoso in cui puoi permetterti di non essere nessuno e ritrovarti a correre in automobile, sincermente convinto di poter, e allora di dover andare avanti, chissà - poi - per chi o che cosa… Entrare in casa, casa tua e di nessun altro, chiudere la porta a chiave e buttarti a letto, così: vestito, e dormire prima ancora di aver raggiunto il cuscino; risvegliarti il mattino dopo con un senso di spossatezza: non ricordi nulla. Perché non c’è niente da ricordare… Il tuo nome: Jean. Dove sei? Io so appena di essere in cucina, un uovo e pancetta davanti, e un succo d’arancia forse già troppo caldo, decisamente disgustoso, la polpa galleggia malsana. Sto guardando i cartoni animati alla televisione, lo facevamo assieme, la domenica mattina, le pareti ancora umiddicce di una notte troppo fredda anche per noi due, per me & per Jean. Dove sei, tesoro? Io credo di essere in bagno a farmi la barba, ti piaceva guardarmi, prolungavamo l’atto come un orgasmo imminente che non si decide a esplodere su di noi. Jean, Jean, Jean, lo sai che ti penso, Jean, perché non rinasci? Pensa ai vagiti all’alba di giugno, la brina che gocciola appena dalle foglie e raggiunge il terreno ben curato di un aiuola di oleandri. La mamma che piange (ma è solo felicità Jean, perché sei tu!), i medici: “È un bel maschietto!”, il sole finalmente appare e sveglia tuo padre, assonnato, uno squillo di telefono, drriinn, drriinn, pronto, Jean è nato, Jean è nato? (esprime un dubbio), Jean, Jean è nato. Come quando mi telefonò di notte, Jean è morto, Jean chi? (esprime un dubbio), Jean, Jean è morto. Dove vanno i suoni del mio pianto, che senso ha piangere, ridere, e ancora baciarsi, far l’amore se poi tutto si disperde nell’universo di un amore sconosciuto, e il nostro rimane deserto? Jean, dove sei in questo silenzio di tomba? Io sono davanti al computer, sto battendo la tesi, forse riesco a laurearmi nel mese, sai? amore, forse ci riesco, perché non vieni a trovarmi? C’è Paul, c’è Paul, ti ricordi, no?, di Paul, era con noi a capodanno, vi facevate simpatia, o meglio: tu facevi simpatia a lui. Non ricordi? Alto, biondo-cenere, fisico asciutto, proprio un bel ragazzo, e lui ci sarà, e poi: quant’è simpatico! Ricordo che ci ha fatto morir dal ridere, dopo la mezzanotte, bastava che parlasse, bastava un suo sorriso per illuminare la sala a specchi, era un hotel a cinque stelle (che lusso!!), ma con noi era un’intera costellazione, con noi era finalmente gioia, non come ora, Jean. Io che prendo svogliatamente la giacca, la indosso ed esco a prendere un autobus. Faccio un giro della città, forse ti trovo al bar con gli altri, state mangiando un panino, lo so, a te piace quello con la verdura, dici che ti tiene leggero, che certe cose vengono meglio a stomaco leggero, mi strizzi l’occhio; Manuel prende una coca, Andrée niente, rimugina delle scuse (anche abbastanza indecorose), Pier preferisce non spendere troppi soldi (deve andare ad abitare da solo) e allora ha mangiato a casa, Daniele e Federico, come al solito, sono in ritardo, ma il campanello del locale tintinna ed eccoli arrivare, Daniele è molto carino, Federico è un tetro, gli occhi persi nel nulla, chissà a cosa pensa, forse rivede suo fratello da piccolo accanto a sé, giocavano assieme, la mamma li chiamava, la cioccolata è pronta, bambini, ma i bambini non rispondevano fin quando non vedevano cosa fa il delfino se ti ci metti su a cavalcioni e ascolti i suoi versetti che qualcuno dice di aver decodificato con strani strumenti elettronici che non hanno a che vedere col bel pescione azzurro molto più di quanto lo avrebbe il tostapane con cui è stato preparato il toast che ora si trova su un piatto dorato davvero brutto in cucina. O forse pensa a quando erano soli in viaggio, una pensioncina, un canticchiare allegro che giunge dalla camera da letto fino in bagno, Daniele guarda una foto, un modello finanche troppo bello, “con che diritto mi provoca”, “che c’è, fratellino?”, Daniele tace, “Daniele, parla, Daniele, apri”, Daniele tace ancora, “Cazzo, Daniele, cazzo, vuoi aprire?”, Federico spacca la porta e lo trova giù per terra con le vene tagliate, ha le convulsioni, in una pozza di sangue una rivista porno, la lingua violacea (chissà cos’è?), allora lo prende e lo trasporta fuori, fuori piove, raggiunge l’ospedale, reparto rianimazione, ce la farà, tornerà a sorridere. Lui c’è riuscito, Ethan no, a ventitré anni ha preso la pistola del padre, era nel primo cassetto della scrivania e ha lasciato un testamento molto dettagliato, ha distribuito odio e amore in abbondanza; Daniele è entrato nello studio forzando la porta, lo ha visto riverso sulla sedia: il capo chino sulla dx. Le mani fredde. I jeans (Jean dove sei?) abbassati. La camicia sbottonata. La maglietta intima macchiata e appiccicata al suo petto. Ed era un bel ragazzo, caspita, se lo era: ricordo che alla festa del mio ventiduesimo compleanno si è fatto guardare da tutti: indossava pantaloni bianchi molto ampii che terminavano stretti sopra l’ombelico a raccogliere i lembi di una camicia bordeaux, la stessa tonalità del basco appena inclinato sulla destra e in avanti per lasciare visibili i capelli biondi, ondulati, lunghi fino alla nuca; gli occhi verdi erano brillanti, conferivano al viso una vivace disinvoltura che ben si intona coi lineamenti delicati; a quest’incontrollabile sensualità contribuiva la voce impercettibilmente roca, ben modulata. Lo hai tenuto tutto il tempo sotto il tuo mantello, mi bastava soltanto che non andasse oltre, sotto le tue mutande. Perché sono gelosissimo di te, non sopporto di averti lontano, di non averti proprio. Non è servito a nulla un pomeriggio alla stazione, non sei passato, tanto vale tornare a casa. Jean, dove sei? Io sono già tornato a casa, e non ricordo nulla di quello che ho fatto, forse non era importante. Mi sto mettendo il pigiama, squilla il telefono, l’ultima volta non è stato un gran bel suono ma rispondo lo stesso. Una voce piangente, ma per fortuna ha sbagliato numero, non era di te che mi dovevano dire. A quanto pare è morto un certo William, era un bambino di sette anni o un giovanotto o forse un uomo anziano ormai pieno di rughe, ma che mi importa? Non era di te che mi dovevano dire.

***

L’aria è calda e rarefatta, direi quasi: dilatata. Si vede subito che è un sogno. Lo sfondo è polveroso e indistinto, non so dove io sia, ma so che posso uscirne quando voglio aprendo gli occhi al buio impalpabile della mia camera da letto, svegliare Daniele, magari - chissà - fare anche l’amore. Ma decido di fare un giro per questa foto in bianco e nero, spero soltanto di non essere ritrovato proprio adesso nel fondo di qualche scatola. Mi guardo attorno e tutto è etereo, inconsistente, non riuscirei ad afferrare quel fiorellino, se anche lo volessi, e non riuscirei a bere l’acqua di quella fonte, affonderei in quel fiume se solo provassi a nuotarvi. Ma se solo lo volessi, potrei prendere le nuvole e mangiarle, soffiare sul sole e spegnerlo e bermi la via lattea come yogurt. A volerlo, posso cavare un albero ed estrarre folletti, ed estrarre fatine, lampade magiche, ed esprimere tre desideri, voglio Jean, il resto se lo tenga quel pagliaccio; ma mi dia Jean, ché risvegliandomi, non debba trovare Daniele, non debba ucciderlo, come uccidere Fabrice prima che anche lui esprima i suoi desideri, prima che chieda Jean prima di me, e allora sarà troppo tardi. Ma suona la sveglia ed è tardi davvero, si avvicina mio fratello e mi dà un bacio sulla guancia, “che c'è?”, “Su, svegliati, tesoro, devi andare a teatro”, “No, chiama Saul, dì che non ci vado, oggi”, “Federico cos’hai?”, “Niente, ho sonno, lasciami in pace”, “Federico, cos’hai, dimmelo”, “Lasciami in pace, cazzo!”, “Ancora?! Alzati, Federico, ho detto di alzarti…”, “Daniele, smettila, la devi smettere!”, mi sollevo di colpo, tiro giù la coperta, sono completamente nudo, sotto, e un po’ umidiccio per una notte di fuoco. Lo detesto; cazzo, Ethan, perché sei morto!? “Cos’è, adesso, questa sceneggiata? Possibile che non sia libero di dormire la mattina?”, (urla) “Che ti succede Federico? Hai parlato nel sonno”, “E che avrei detto, di tanto importante da meritare tutte queste storie?”, “Che vuoi uccidere Fabrice”, “E allora? era solo un sogno, e poi Jean è morto”, “Che c’entra Jean, adesso?” (esprime un dubbio), “É morto, si è ucciso, no?”, “Sì, ma che c’entra Jean? ”, “Jean è morto”, (convenzionale) “Federico, calmati, che storia è mai questa di Jean che è morto?” (mi sta fissando), (sussurro) “Jean…” (lo guardo) “ti amo”, (annuisce) “Jean”, “Daniele…” (lascia la presa) “Daniele”, “Jean è morto, allora? Vuoi che torni in vita? O vuoi che Fabrice lo raggiunga? Così sarà suo per sempre…” (piange). Non riesco a controllarmi, Jean, scusami, ma proprio non ci riesco. Accanto a me c’è il lume da notte, è di cristallo, è pesante, lo scaglio contro di lui, prendo Dan alla testa, sangue, sangue a fiotti, un ritmo preciso e incontestabile, un ragazzo si lascia cadere sul letto, sul volto ha un’espressione di rabbia ma è velata da uno schermo amaranto che subito si raggruma e perde la sua vellutatezza per acquistare nodi antiestetici. Quel ragazzo è morto. E l’ho ucciso io. Quel ragazzo è morto, Jean, scusa, Jean, se l’ho ucciso, scusa, Jean. Mi vesto in fretta (ovviamente male, sono trasandato). Esco, fuori mi guardo attorno, nessuno può aver visto, nessuno può sapere (nessuno deve). Prendo l’autobus. Cerco nel portafogli e trovo un biglietto da visita, Fabrice Rolland: medico chirurgo specialista in endocrinologia, e l’indirizzo; l’autobus è quello giusto. Alla quarta fermata scendo, faccio settanta metri circa e alla mia destra ho un portone in legno ormai marcio da tempo. Suono al campanello. Vorrei parlare col dottor Rolland per favore, ha un appuntamento?, no ma è urgente, si accomodi pure: sesto piano. (Ovviamente senza ascensore). (Ovviamente ho messo una calza bianca e una blu). La porta dello studio è aperta, entro, l’infermiera mi guarda. (Ovviamente ho la cerniera dei pantaloni abbassata). Desidera?, Voglio vedere il dottore, L’ho già annunciata, (non mi faccio dire altro) Fabrice!, Federico! come mai qua?, É morto, Come: è morto? chi, É morto (mi siedo, non mi reggo in piedi), Daniele? Che è successo a Daniele? (trema forse un po’ troppo per trattarsi di una supposizione e di un semplice amico), É morto (lo prendo per il camice), Daniele è morto? (esprime un dubbio) e l’hai ucciso tu?, Sì: l’ho ucciso. Mi blocco. Gli lascio il colletto e lo guardo: l’ho ucciso, ho ucciso Daniele. L’ho ucciso, e allora? Si toglie il camice. Dov’è, ora? (il suo tono è deciso, lo vuole raggiungere). Non fiato. A me di Daniele non importa. Io voglio Jean, Daniele è tutto per te, Fabrice, tutto per te, è morto per questo, il suo corpo è tuo. Sai dov’è casa mia, ti aspetta, a letto, Fabrice, lui è ancora là. Lui sì.

Notte. Federico cammina, strascica un po’ i passi sul selciato, sorride appena. Sta spuntando il sole. Indossa un paio di occhiali scuri. Silenzio.

Roberto Oddo

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