Notre-Dame-des-Fleurs di Jean Genet

[LGBTQI] Bisogna a ogni costo che io ritorni a me, che mi confidi in modo più diretto. Questo libro, che ho voluto fare con gli elementi trasposti, sublimati, della mia vita di condannato, temo non dica niente delle mie ossessioni. Sebbene cerchi di costringermi a uno stile spoglio, scarno fino al'osso, vorrei inviarvi, dal fondo della mia prigione, un libro traboccante di fiori, di gonne vaporose, di nastrini azzurri. Non c'è passatempo migliore.

La prosa di Jean Genet (1910-1986) è vertiginosa: sembra provenire da uno specchio, è l'eco di se stessa, disorienta per la sua polifonia. È il modo di presentarsi, di dirsi Jean all'interno del romano, di dirsi con nome e cognome, Jean Genet, a provocare quel balzo dalla sedia: un artificio da teatro epico nel quale la realtà improvvisa, quella scossa di improvvisa consapevolezza crea però un nuovo piano narrativo. Notre-Dame-Des-Fleurs (finito nel 1942 e pubblicato nel 1944 grazie a Jean Cocteau) è puro artificio, sproloquio, esasperazione verbale che sembra negare il romanzo nell'atto stesso della genesi dei suoi protagonisti: la voce "recitante" parla di figure di carta ritagliate dai giornali, di ragazzi bellissimi e fuorilegge, di giovanotti senza casa e senza meta, pronti a delinquere e a scopare, sfigurati e sedotti nel loro senso del peccato. A queste sagome, il criminale Jean, rinchiuso in galera, dà voce e qualche caratteristica che gli aggrada, dà le mosse, o meglio le movenze, di eccitanti criminali. E così si scioglie in sogni erotici e non sente la sua solitudine.

Il mondo dei vivi non è abbastanza distante da me. Lo allontano il più possibile con tutti i mezzi di cui dispongo. Il mondo arretra. Arriva fino a non essere più che un puntolino d'oro in un cielo così tenebroso da lasciare, nell'abisso tra questo mondo e l'altro, soltanto la realtà della nostra tomba. Allora, comincio un'esistenza da vero morto. Sempre più mi applico a mondare, a sfrondare quest'esistenza da tutti i fatti, soprattutto dai più insignificanti, i più suscettibili di ricordarmi immediatamente che il mondo vero si estende a venti metri da qui, ai piedi del muro di cinta.

Nella sua crudezza, Notre-Dame-des-Fleurs è un romanzo estremamente denso, raffinato e intriso di letterarietà classica, direi addirittura preziosa, nella quale i personaggi fanno la loro comparsa come una sorpresa scintillante. Sono guappi, canaglie, infami ed eccitanti giocattoli di carne, reclusi perché esclusi dalla società. Abitano un mondo fatto di puttane e di magnaccia, di marchette cleptomani o semplicemente di ladri, che ignorano i loro confini e si abbandonano alla loro più infame negligenza, pilotate da una voce lirica, fulminea, che gioca in modo scoperto a fare l'autore e a dire maschi, non parole:

Ma poi, in fondo, è proprio necessario che parli così direttamente di me? Preferisco di gran lunga descrivermi nelle carezze che riservo ai miei amanti.

Notre-Dame-Des-Fleurs non ha una trama: il personaggio Jean Genet tesse desideri solitari fatti di corpi, mentre l'autore Jean Genet disintegra la forma romanzo, il suo sviluppo, rievocando la grandiosità narrativa di Proust e facendo il verso alla sua grandezza armonica, ai mille tasti intimi, alla sua palese autoreferenzialità. La madelaine è l'epifania dei giovani rotti alla vita: Jean non ha un passato, bensì un presente che si specchia e si moltiplica, che si diffrange, si ripete ossessiva e rifiuta la storia:

Non gridate all'inverosimiglianza. Ciò che seguirà è falso e non siete tenuti a prenderlo per oro colato.

Si interrompe ciò che si chiama "patto con il lettore", che non sa più se abbandonarsi alle compiaciute sequenze "onanistiche" o se tentare di seguire Divine (alter ego esplicito dell'io che narra), Seck, Notre-Dame-Des-Fleurs e gli altri spettri nella marcia verso la morte lungo i sotterranei di una Parigi astorica e inabitabile, che sembra sconoscere la guerra, se non quella dei corpi e della sopravvivenza o di una morte conforme alle attese di una tragedia. Ma è una morte rischiarata dai lampi ripetuti e insistenti di un'insperata tenerezza che volge il tragico in (melo)drammatico: se è vero che non c'è una vera "trama", c'è infatti una costruzione organica di azioni, di scene che ricorda da vicino quella di un'opera minimale, senza cori  grandiosi, un'opera da camera più che il grand-opéra tanto caro ai francesi.

Va detto, infatti, che lo spirito affabulatorio del narratore è teatrale, solenne e monologante, mai dimesso. Jean Genet in galera farnetica come un uomo che sia, sì, in preda alla sua solitudine, ma che non debba nasconderla: l'uomo ha fatto i conti con il suo destino e non gli resta che giocare a quel bizzarro circo delle identificazioni di scandalosa e inaccettabile, mostruosa, tenerezza:

In ogni bambino che vedo - ma ne vedo così pochi - cerco di ritrovare il bambino che ero, di amarlo per quello che ero. [...]
Come tutti i bambini, gli adolescenti, gli uomini maturi, ho sorriso spesso, sono persino scoppiato a ridere ma, man mano che la mia vita entrava nel passato, l'ho drammatizzata. Eliminando ciò che fu birichinata, leggerezza, monelleria, ho conservato soltanto gli elementi che appartengono specificamente al dramma: la Paura, la Disperazione, l'Amore triste... e me ne libero proprio declamando questi poemi convulsi come il volto delle sibille. Lasciando la mia anima purificata. Ma se il bambino in cui credo di riconoscermi ride o sorride, infrange il dramma che si era andato elaborando e che è la mia vita passata quando ci ripenso: lo distrugge, lo falsa, non fosse che per il fatto di aggiungervi un atteggiamento che il protagonista non poteva avere ; lacera il ricordo di una vita armoniosa (anche se dolorosa), mi costringe a vedermi diventare un altro, e, sul primo dramma, ne innesta un secondo.

È dunque necessaria la trasfigurazione di Jean in Divine, la Tutta sola, la Tutta desolata, la Tutta morta: il romanzo si scatena in questo non riconoscersi e nella sbandata vitale dei corpi che in un primo momento la Gallimard censurò. Non mi sono chiari i criteri di questa scelta, nel senso che non sempre e non per forza i brani tagliati corrispondono alle parti più crude, "oscene": a ogni modo, ormai da tempo abbiamo il testo intero e con le necessarie riletture possiamo avvicinarci a quest'autore così "gridato" e, a suo modo, difficile.

In Italia, noi dobbiamo ringraziare l'iniziativa de il Saggiatore, con la bella traduzione di Dario Gibelli, degna di tutto rilievo. Peccato solo che, sul piano editoriale, il volume, allora molto caro, forsse piuttosto scadente e foriero di qualche orrore che una semplice revisione avrebbe sanato.

Roberto Oddo

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