Prima che sia notte di Reinaldo Arenas (sesso, potere e filologia)

[LGBTQI] Sogni e incubi hanno segnato gran parte della mia vita. Sono sempre andato a letto con lo spirito di chi si prepara a un lungo viaggio: libri, pillole, bicchieri d'acqua, orologi, una luce, matite, quaderni. Andare a letto e spegnere la luce è sempre stato per me come entrare in un mondo del tutto sconosciuto e pieno di promesse, sia allettanti che spaventevoli. I sogni sono stati una costante nella mia vita.

Ma non è questo il buio - sereno, pacifico, ottimista - al quale Reinaldo Arenas (1943-1990) allude nella sua autobiografia Prima che sia notte (1992, tit. or. Antes que anochezca). Il titolo, già di per sé è una sfida. Scrittore e gay con una vita sessuale parecchio attiva, il cubano Arenas si è trovato a dover fuggire giorno dopo giorno alla guardia nazionale castrista e ha cominciato a scrivere quest'autobiografia in una delle sue mille peregrinazioni, sfruttando il più possibile la luce del giorno. La notte, se gli consentiva di nascondersi con un po' più di agio, gli avrebbe impedito di scrivere e dunque lui avrebbe dovuto deporre le armi dell'intelligenza e abbandonarsi ai suoi piaceri orgiastici o allo scarso sonno che la vita gli consentiva. Solo in chiusura si scopre il rapporto preferenziale con la luna, con la L maiuscola, in un'inopinata preghiera:

Oh, Luna! Sei sempre stata al mio fianco, illuminandomi nei momenti più difficili; fin dalla mia infanzia sei stata il mistero che ha vegliato sul mio terrore, la consolazione nelle notti più disperate, sei stata mia madre, e mi hai circondato di un calore che forse lei non seppe mai darmi; nei boschi, nel mare, nei posti più tenebrosi; c'eri sempre tu, mia compagna; eri la mia consolazione; la mia bussola nei momenti più difficili. Mia dea, mia unica dea, che mi hai protetto in tante avversità: a te rivolgevo lo sguardo in mezzo al mare, vicino a riva, sugli scogli della mia isola desolata. Sul tuo volto vedevo un'espressione amara, di dolore, di compassione verso di me, tuo figlio. E adesso, all'improvviso, Luna, ti frantumi sul mio letto. Ormai sono solo. È notte.

Reinaldo Arenas ha appena "capito" di essere condannato a morte per AIDS, come ci dice l'introduzione (La fine) ed è il momento in cui i nodi vengono al pettine: parlo dei nodi di una sessualità insolitamente libera, cruda e, a dir poco, esuberante fino al grottesco (e talvolta pure alla noia): già dall'infanzia l'io che parla di sé in quest'autobiografia cubana riferisce di incontri multipli, di membri enormi, di una voracità inarrestabile e incapace di trovare un limite alla miseria a cui sono costretti i corpi. Se nei primi brevissimi capitoli non si può che ammirare la fatata libertà con la quale il giovane Reinaldo riesce a soddisfare i suoi impulsi e le sue curiosità; se anche nelle pagine della giovinezza si guarda con un certo empatico stupore alla sua ossessione quasi monomaniacale per i giovanotti ben dotati (e anche un po' violenti), poco alla volta alcuni dubbi credo siano legittimi.

Non parlo della veridicità dell'autobiografia, bensì di quella del resoconto storico: è mai possibile che, nella comprensibile reazione lussuriosa alla transizione dalla dittatura di Batista a quella di Castro, tutti i bei ragazzi di Cuba si siano lasciati andare ad una tale ingordigia di rapporti omosessuali? Le donne non sono quasi contemplate in questo quadro e a un certo punto anche in un'anima tutt'altro che insensibile all'eccitazione del sesso più vario e promiscuo non può non insorgere un certo scetticismo. A far sorgere il sospetto che qualcosa non quadri è la ripetizione di alcune sequenze con quasi le stesse parole, come la reclusione nel piano più basso e disgustoso della prigione del Morro (ho perso il conto, invece, di quanti mulatti e neri con membri fuori dal comune si sia goduto Reinaldo): immagino che le condizioni proibitive nelle quali scriveva Arenas possono averlo portato a non verificare i passi scritti e a duplicare o comunque a riprendere episodi che magari sarebbero stati ricollocati diversamente.

Perché una caratteristica fondamentale di Prima che sia notte è che questa rutilante autobiografia è un libro sullo scrivere libri sotto un regime che vuole far fuori la libertà di pensiero. Sono le singole opere che, sfuggendo a un potere tiranno, hanno la meglio. Penso in particolare alle disavventure (tra le altre) di Otra vez el mar, riscritto tre volte, a tutti i romanzi passati sotto il naso dei servizi segreti cubani, pubblicati prima in Francia o nella Germania Ovest: è l'intersecarsi di questi manoscritti, il loro apparire, il loro susseguirsi che fanno la letteratura.

Reinaldo Arenas non è affatto presuntuoso, sembra però che abbia un bilancino preciso e una certa autoconsapevolezza: ciò che colpisce non è il suo metro di giudizio, delle sue e delle altrui opere, bensì proprio la dimensione concreta del fare letteratura, paragonabile solo (e correlata sempre) alla fisicità del sesso. Per lui, le cose sono cose e le persone e le opere sono persone e opere. Virgilio Piñera Llera e soprattutto José Lezama Lima non sono solo i due amici di una vita, ma due scrittori alle cui opere Arenas, per ragioni diverse, crede davvero. E poi Lázaro - l'amatissimo Lázaro -, Jorge e Margherita hanno avuto ruoli chiave nella vita dello scrittore, a prescindere dal loro contributo a una storia della cultura cubana del secondo dopoguerra. E, nello stesso tempo, è chiaro che nella profonda antipatia per Gabriel García Marquez (preso per una vedette di Castro, con sparuti e millantati meriti letterari) come nell'ammirazione per Jorge Luis Borges c'è qualcosa di più che l'istinto del letterato, c'è la partecipazione a una storia che trascende tutti loro e di cui Reinaldo Arenas è parte attiva.

Per questo non condivido i giudizi negativi che mi è capitato di leggere a proposito di questo libro: Prima che sia notte è l'autobiografia del suo autore ed è normale che la dittatura di Castro, i suoi rapporti con il KGB e con Mosca, le politiche ambigue e odiose di collaborazione con il Messico e perfino con gli Stati Uniti ve ne facciano parte. D'altronde, non si può pretendere che un fascio di memorie diventi un trattato sulla politica cubana durante la guerra fredda, Arenas non sa, non può e non vuole rinunciare al suo sguardo particolare di scrittore perseguitato perché gay e (dapprincipio pure per caso) controrivoluzionario. Bisogna anzi riconoscergli la dimensione ludica, la vendetta personale del suo corpo e del suo spirito nella miseria a cui è costretto: non solo si dice subito da che parte sta la voce narrante, ma addirittura l'io di questo memoriale si prende le sue rivincite con bei ragazzi ovunque nel mondo e - sia pure più faticosamente - riuscendo ad accaparrarsi tutti i suoi parti letterari.

Reinaldo Arenas non fa mistero dell'immensa fortuna che gli ha scongiurato la morte più volte, almeno fino a quando non ha compreso di dover affrontare prima l'umiliazione dell'esilio (tanto bramato), e dunque l'assenza di un futuro (in esilio non abbiamo un paese che ci rappresenti. Viviamo come se ci perdonassero il fatto che viviamo, come se fossimo sempre sul punto di essere rifiutati), poi soprattutto una rovina riposta nella sua stessa vita e inestirpabile come una maledizione:

... sentii un boato nella stanza, una vera e propria esplosione. Pensai che fosse uno dei miei amanti gelosi o un ladro che avesse rotto la finestra che dava sulla strada; il rumore era stato così forte che doveva aver usato una spranga di ferro, per infrangere il vetro. Quando andai a vedere la finestra, il cristallo era intatto. Era accaduto in realtà qualcosa di molto strano: il bicchier d'acqua sul comodino, senza che io lo avessi toccato, era esploso, si era polverizzato. [...] Dopo una settimana compresi che quello era stato un avviso, una premonizione, un messaggio delle divinità infernali, l'annuncio che qualcosa di veramente nuovo stava per accadermi, anzi, mi stava già succedendo. Il bicchier d'acqua era forse una specie di angelo custode, un talismano.

La vocazione di Reinaldo Arenas, anche di fronte alla lussuria più gioiosa e sbrigliata, è lirica: le immagini che in altri sarebbero astratte o metafisiche coinvolgono qui tutta la sua sensorialità in efficaci, spesso strepitose, sinestesie. Non c'è una vera e propria ascesi, nella sua morte, nel suo suicidio annunciato: c'è una presa d'atto che la vita, quella che lui ha sempre chiamato vita, finisce qui, in un lucido commiato. E, con la vita, quest'autobiografia.

Roberto Oddo

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