Proust e la Recherche: riorganizzare la solitudine

Leggere la Recherche di Proust entro i quarant'anni, ecco la meta. E siccome ormai manca poco (sette mesi), diciamo che la scansione è quella: un romanzo al mese. È una gara contro il tempo, una scommessa stupida come tante altre, che ha per me un po' il sapore dell'impegno (credo sia la parola d'ordine di questo periodo: impegno) e un po' la certezza di scoprire qualcosa.

Proust, Recherche, forse il romanzo più lungo della grande letteratura occidentale: sarà difficile valutarne l'effetto concreto in un periodo di "metamorfosi". Ma già dalle prime pagine ritrovo quel sapore noto, e non perché le ricordi molto bene, quel sapore di solitduine da riorganizzare. Non si tratta solo di trovare la concentrazione, ma di accettare uno stato di smarrimento.

Mentre l'io, il fantomatico Marcel che dice je e che - come in Rimbaud - est un autre, dà le coordinate di ogni suo risveglio nel suo sonno inquieto, dice chi, dice dove, dice quando, intanto il lettore - o almeno il lettore che io sono - ammaliato dalle luci che entrano nella stanza, comincia a deporre le armi, si accorge che la storia non è sua: credo sia il tempo, poi, a fargliela riconoscere. 

Il desiderio del bacio è appannato, non ci si sintonizza su una trama: la prima sensazione è quella della vertigine di un uomo che si sogna bambino e si sa ebbro, che in un sussulto riprende la posizione eretta e, per fare pochi passi, impiega tutto il tempo che ci vuole a prendere false strade, a perdersi in passi falsi, e ammettere un nuovo errore, un nuovo errare fino al bacio che sempre desidera.

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