Le temps qui reste di François Ozon

[LGBTQI] Il tempo che resta (2005, tit. or. Le temps qui reste) è una malinconica storia su una giovane vita destinata a finire. Protagonista ne è il bel Romain (Melvil Poupaud), fotografo alle prese con un tumore che ha ormai preso diversi organi del suo corpo. I medici gli hanno dato tre mesi di vita e una flebile speranza che, con radio- e chemioterapia combinate, si possa sconfiggere il male. Il giovane, però, non ha intenzione di soffrire a causa delle sue cure. Non gli resta che tornare a casa e fare i conti con ciò che rimane della sua vita. Ma Romain è tutto tranne che gentile: le prime vittime della sua rabbia sono i genitori (Marie Rivière e Daniel Duval) e soprattutto la sorella Sophie (Louise-Anna Hippeau). Ma subito dopo anche il suo giovane amante, Sasha (Christian Sengewald), viene colpito dal suo malessere, lasciato e buttato fuori di casa.

Solo con la nonna Laura (Jeanne Moreau) Romain sembra avere un'intesa: sarà il poco tempo a disposizione che resta, sarà una naturale affinità, ma i due sembrano proseguire - nel silenzio, nei ricordi - sulle stesse lunghezze d'onda. Avvertono un'inestinguibile solitudine che li attanaglia, alla quale reagiscono in modo forse scomposto, un'urgenza rabbiosa e, nel caso del giovane, anche cattiva. Romain non sa risparmiarsi o risparmiare nulla al suo prossimo: perfino quando Jany (Valeria Bruni Tedeschi) e Bruno (Walter Pagano) gli chiedono di prestarsi a mettere incinta lei, perché lui è sterile, anche in cambio di un compenso, Romain non trova risposta migliore che quella di ferirli con la sua maschera d'egoismo.

Il film di François Ozon (da lui scritto e diretto) è una rapida carrellata nella vita di Romain. Sono poche le figure che ritornano, sembra che il ragazzo lasci dietro di sé le scie della sua vita, che voglia disseminare, ma come chi non sa se sia destinata o meno a ricrescere. C'è una storia, più che una trama: in termini narrativi è un racconto, non un romanzo, nel senso che lo sguardo esclusivo e l'atteggiamento elusivo del protagonista lo isolano dal resto della vicenda, dando al suo sguardo più che un tocco di soggettività. L'impressione è che Il tempo che resta sia una corsa a precipizio verso se stessi, verso il proprio destino, per non soccombere alla stanchezza d'esistere. Lascia un po' d'amaro in bocca, questo brutale intimismo, come una confessione bellissima che non arriva a dir tutto. Ma vale senz'altro la pena di conoscerlo e offre numerosi spunti di riflessione, ognuno come uno scorcio diverso sulla vita, dal suo silenzioso limitare.

Roberto Oddo

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