Benvenuti al nord di Luca Miniero

Benvenuti al nord (2012) di Luca Miniero è il sequel del fortunato Benvenuti al sud. Squadra che vince non si cambia, si usa dire. E il film è, in effetti, coerente con le attese di una commedia che gioca con i luoghi comuni e, come sempre accade in questi casi, se ne nutre abbondantemente. La storia è facile da riassumere: Mattia (Alessandro Siani) è in crisi con la bella moglie Maria (Valentina Lodovini) perché sembra non volersi assumere le responsabilità di un buon padre di famiglia e "accendere" un mutuo. Minaccia perciò di farsi trasferire a Pordenone per saggiare la risposta della moglie, ma i suoi amici non capiscono la provocazione e riescono a ottenere una sede più vantaggiosa: Milano. Lì lo attende Alberto Colombo (Claudio Bisio), anche lui in crisi con la moglie Silvia (Angela Finocchiaro) perché a lei non basta il tempo che possono passare insieme. Già pieno di preconcetti, opportunamente alimentati da tutti e in particolare dalla madre (Nunzia Schiano), Mattia si trova dunque a dover fronteggiare la distanza dalla sua amatissima Maria, nonché, con la capitale, un intero progetto pilota di efficientamento industriale (parola tanto brutta quanto il concetto che sottende). Il patron delle Poste italiane, Palmisan (Paolo Rossi), vuole ottimizzare i tempi "morti" per offrire un servizio migliore, affidandosi proprio alle capacità di Alberto Colombo.

Se già non ci fossero abbastanza problemi da affrontare, Palmisan (quasi distorsione dialettale di un famoso formaggio) pensa di risolvere i problemi aziendali con un piano dagli obiettivi (efficienza, rapidità, puntualità, energia, sorriso) da manuale, ma sintetizzati in un sinistro acronimo: ERPES. Sembra, infatti, che quel tipo disumano di efficienza lì si possa contagiare come una qualsiasi malattia: il piano di risanamento non può fallire. Dopo le primissime prove positive, però, la vita irrompe nell'ufficio postale che dovrebbe guidare il rinnovamento delle poste in Italia. È ovvio che l'entropia prende le fattezze di un meridionale annoiato e abulico, disorientato e in perenne crisi in una società che è una macchina a orologeria. Non c'è un solo fotogramma di Benvenuti al nord nel quale gli stereotipi umani non prevalgano su tutto: già il fatto stesso che Mattia provenga da un sud che è "provincia", piccolo centro periferico, per giungere nella grande città del nord è una di quelle semplificazioni che, sommate alle altre, si fanno scherno tanto del meridione quanto del settentrione. Quando poi sono gli stessi personaggi a farsi carico dei preconcetti, questi giungono a essere anche noiosi: la sceneggiatura perde quel minimo di brio e gli sketch divengono prevedibilissime e stanche repliche. Peccato, perché gli attori sarebbero perfetti per raccontare questa storia di disadattamento a una società disumana e perfino la favola dell'eterna adolescenza incapace di sradicarsi dall'utero della sua terra e del suo amore. Nel sequel si perde però quella tenerezza che aveva reso Benvenuti al sud, un'adorabile - e tutto sommato innocente - occasione per ridere allegramente di sé.

(Che non fa mai male.)

Roberto Oddo

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