Mauro Covacich, Trieste sottosopra

Chi avesse voglia e curiosità, se anche non il mio struggente desiderio, di andare a Trieste, potrebbe leggere con gioia e con profitto Trieste sottosopra (2006) di Mauro Covacich. Non so, di contro, come se la passi chi non abbia mai provato interesse per il capoluogo friulano: posso solo assicurargli, tanto per dirne una, che avrà tra le mani un libriccino (122 pagine veloci) scritto benissimo, godibile e affettuoso, una passeggiata in compagnia fidata o una gita fuori porta. Ci vorranno un paio di ore, non più. Uno dei risultati più interessanti di Trieste sottosopra, per esempio, è l’equilibrio magistrale tra luogo comune e racconto dall’interno, su una città amata e conosciuta con l’occhio acuto ed esperto del promeneur più o meno solitario. Sì, insomma, ci sono la bora e alcune fugaci e spettrali apparizioni di Sissi, ma anche la ragazza scattante con il tatuaggio al collo e i bambini che si tuffano spericolati ai Topolini.

Come se fosse una guida turistica user-friendly, Trieste sottosopra è organizzato più o meno per passeggiate - quindici, per l’esattezza. Si va dalla lunga costa, frequentata dai triestini più o meno per tutto l’anno, ai viali “visitati” da statue a grandezza naturale di scrittori come Umberto Saba, Italo Svevo e James Joyce, dai caffè alla risiera di San Sabba, dalle «osmizze» a piazza Oberdan, da Basovizza all’ex manicomio di San Giovanni. Mauro Covacich tiene però lo sguardo fisso sui suoi concittadini, preferisce la street photography al paesaggio ben composto e ben dosato delle cartoline o della didascalia. In questa misura a portata di mano, nel click rapido del concittadino un po’ indiscreto, l’autore racconta una Trieste che non è per forza sottosopra, ma è anche, radicalmente e intimamente, altra.

Prendiamo solo un passo e ce ne faremo subito l’idea. Un bravo “padrone di casa” non può non dare qualche dritta giusta per mangiare e bere bene, o almeno per mangiare e bere triestino. Eccoci dunque alle prese con l’osteria nel quartiere di San Luigi.

Se fa abbastanza caldo da stare fuori, guadagnatevi un tavolo sotto la pergola e ordinate uno spritz. Vi porteranno un bicchiere da un quarto, metà vino bianco e metà selz (spritzen in tedesco significa spruzzare), una bevanda nata al tempo degli austriaci per dissetare senza ubriacare, che mantiene in sé ripropone ancora una volta l’identità autenticamente spuria - l’umore vinoso e il cervello frizzante - di Trieste.

La Trieste di Mauro Covacich è dunque una città che non puoi costringere in un profilo. Non è solo refrattaria, il suo è un cosmopolitismo tentacolare, frutto di almeno tre tradizioni linguistiche diverse e di una cultura che sa riconoscersi autentica e inconfondibile (da cui lo sprezzante e insieme ironico taliàn con cui sono bollati gli avventori non triestini). La passeggiata finale al cimitero di Sant’Anna, dunque, cerca di cogliere la verità dai nomi, in giro tra le cappelle e un lungo corridoio [...] foderato interamente di morti, in fondo al quale riposa nonna Lisa. Tra le storie di tutti, infatti, in questa storia fatta di alterità c’è sempre la guida degli affetti, la presenza sicura di una storia. E non so voi, ma io non ho potuto fare a meno di pensare al bisogno di vita del bigio José in Tutti i nomi di Saramago, a chi scava a mani nude tra le parole dissonanti in cerca di verità. Con una differenza fondamentale: che, in Trieste sottosopra, il vivido Mauro Covacich parte dalla realtà che sottende nomi e luoghi più o meno comuni e arriva dritto al cuore di una città chiamata Trieste.

Roberto Oddo

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