Unioni civili e matrimoni

[LGBTQI] Venerdì 22 maggio 2015 l'Irlanda è andata a votare una riforma costituzionale che consentirà a tutti di sposarsi, indipendentemente dal sesso dei due futuri coniugi. L'esito più che soddisfacente del sì, per la prima volta di matrice popolare nella storia, ha galvanizzato gli attivisti che da tempo sostengono una maggiore apertura nella gente comune che nella politica. Per quanto il risultato sia ancora parziale, ovvero confinato in una nazione non grande e comunque non propulsiva per l'economia europea, il  irlandese ha avuto vasta eco in tutti i Paesi, soprattutto in Italia (uno dei pochi, insieme a Grecia, Cipro e altre poche nazioni un tempo di regime comunista, a non avere una legislazione a garanzia delle scelte affettive e sociali di persone LGBTQI). Il 23 maggio, in serata, così ha scritto il nostro Presidente della Camera, Laura Boldrini, su Twitter:


L'affermazione, a prima vista un'apertura anche per il nostro Paese, ha destato ben più di una perplessità. La questione è semplice: il matrimonio è diverso dalle unioni civili (che, peraltro, esistevano in Irlanda già da cinque anni). Un tweet del genere ha la possibilità di deludere e dividere, e dunque di guadagnar tempo, più di quanto possa rasserenare i militanti più severi: in sostanza, il DDL di Monica Cirinnà finisce con lo scontentare sia chi vorrebbe una piena equiparazione dell'unione omosessuale con il matrimonio, sia chi vi vede un cavallo di Troia per assimilare in modo più radicale i diversi modelli familiari.

Tra gli attivisti, poi, le linee sono almeno due: una parte delle persone LGBTQI e simpatizzanti è dell'idea che accettare lo scarto tra le eventuali unioni civili italiane e matrimonio, quello così chiamato, effettivo in Irlanda significa rinunciare ancora una volta, deliberatamente, alla piena parità tra tutti i cittadini di fronte alla legge (esemplari e autorevoli le osservazioni presentate dalla "Rete Lenford", avvocatura per i diritti delle persone LGBTI); un'altra falange, più ottimista ma non meno armata, insiste sulla necessità di procedere passo dopo passo e, intanto, di spingere il più possibile per l'approvazione del DDL Cirinnà. Per quanto questa seconda fazione abbia nella cautela e nella progressività una sua ragione politica, condivido gli ideali e le ragioni del primo gruppo.

Ciò non vuol dire che io non sia contento per il fermento che si sta creando intorno alle unioni civili e alla loro possibile approvazione in tempi più o meno accettabili. Ostacolare o ridicolizzare gli sforzi che si stanno finalmente facendo - in seconda Commissione permanente (Giustizia) - per avvicinarsi a un problema serio e reale mi sembra anzi suicida. Inoltre, in più di un caso, la relatrice Monica Cirinnà ha dimostrato di avere argomenti ed energia a sufficienza per combattere con onore (e, si spera, per vincere) una battaglia che fino a pochi anni fa era tabù (ricordiamo che fu espresso un esplicito veto da parte del Card. Ruini, in merito alla sola discussione dei pessimi DI.CO. in Parlamento).

Monica Cirinnà
Forse ha ragione Adriano Sofri (su «Repubblica», 24/05/2015), quando dice che non esistono soluzioni che non siano di compromesso. E mi sta pure bene, a patto di non pretendere di avere raggiunto il nostro risultato. Va detto, dunque, che su una prima questione mi accodo a chi almeno per ora (come Roberto Speranza) insiste a favorire il DDL di Monica Cirinnà. Questo disegno di legge, infatti, porta effettivi vantaggi alle persone omosessuali rispetto a prima, nel senso che risolve alcuni nodi finora appannaggio di soluzioni notarili, dunque costosi atti giudiziari e va oltre in merito alla locazione e all'assistenza reciproca tra i partner. Una coppia con poche risorse e poca possibilità per star dietro a problemi legali dovrebbe, vorrebbe o potrebbe, oggi rinunciare a cuor leggero a questo strumento? In caso di necessità, a dire il vero, io ho paura che non lo farei.

Ma nessuno di noi intende l'attivismo in funzione dei confetti o della doppia targa sulla porta, siamo seri. Le battaglie per i diritti civili non possono essere intese come conquista parziale di qualche riconoscimento, bensì come estensione dei diritti di tutti a ogni singolo individuo. Il principio è l'uguaglianza, non un'osteggiata somiglianza. Tanto più che alcune persone, come Monsignor Nunzio Galantino, segretario della CEI, insistono sulla differenza antropologica tra unione omosessuale e matrimonio, addebitando le posizioni favorevoli a un delirio dell'emotività (vedi l'intervista di Gian Guido Vecchi sul «Corriere della Sera» del 24/5/2015) e insistendo sul peso eccessivo delle ideologie in certi fenomeni (con la convinzione che quella cattolica sia la visuale, oltre che intrinsecamente corretta, più neutra e aperta).

Le unioni civili sono un comprensibile "compromesso" sull'istituto giuridico della coppia omosessuale. Ciò non vuol dire che la loro eventuale promozione debba farmi fare salti di gioia, perché si tratta di un ulteriore grimaldello che attesta la mia permanenza di omosessuale nella serie B della nostra democrazia. In quanto convinto sostenitore dei diritti civili, posso accettare che si parta dal DDL Cirinnà per andare molto avanti, non che, con questo atto, l'Italia chiuda i suoi conti - e non dico con il resto d'Europa, quanto piuttosto con i suoi cittadini. Di fronte a chi ritiene che il dissenso sia sempre e comunque legittimo, il contraddittorio l'arma per neutralizzare qualunque cambiamento, favorendo così lo status quo, io volevo solo ricordare il principio di inclusione, non ringraziare chi "dall'alto" discute se accettarci o no, se cooptarci nei suoi privilegi o lasciarci fuori.

Una legge sulle unioni civili non fa che confermare la preminenza e la "bontà" intrinseca del sistema "famiglia", rafforzando nei fatti l'unica realtà che gode dell'intero "pacchetto" di diritti correlati, mentre è proprio l'estensione del matrimonio a tutti che garantisce i diritti individuali e la loro completa fruibilità.

Post più popolari