Breve lettera ai figli che (forse) non avrò

«Ma chi lo dice, ai figli,
che ho paura di cantare e di volare...
E che volare è facile,
ci vuol più fantasia per camminare.»

Se anche non ci conosceremo mai, se anche capiterà che non verrete al mondo, tre cose, oggi, a conclusione del Palermo Pride vorrei proprio dirvi. 

La prima è che, insieme a tanti altri, noi siamo arrivati qui, prima che voi nasceste. Ciò che per voi, giustamente, sarà un presupposto, un punto di partenza, per noi è una tappa intermedia verso un mondo che abbiamo voluto più giusto, più spazioso, più libero, più piano. Per noi sarà un particolare momento di equilibrio tutto ciò su cui voi vi fonderete, quasi che questa sintesi di sogni, di vite, di progetti, di scontri, fosse un elastico solido per lanciarvi molto lontano.

La seconda cosa è una mia conquista, ahinoi, troppo recente: dovete sempre metterci la faccia, quella che avete, con la vostra stanchezza e le vostre rughe, ma soprattutto con il vostro entusiasmo, perché la vostra battaglia siete voi tra gli altri. Perché, se verrete al mondo, sarete stati voluti come persone, e non come bambolotti: i figli non si riducono all'essere bambini, i figli sono esseri umani, che crescono e che potranno diventare molto diversi dai loro genitori, ma crescono - se sono fortunati - in una famiglia che li ama, ovvero li indirizza e li sostiene. Siete persone, siatelo fino in fondo alla vostra lotta e perfino, talvolta, in fondo alla vostra insicurezza.

E così vengo all'ultimo punto. Non cedete mai a chi vi rinfaccerà una lotta di parte, non adagiatevi mai su quella infida e perversa sobrietà a orologeria che si pretende da voi. Siate, vi prego, voi stessi. Non siatelo mai con discrezione: il necessario, irrinunciabile rispetto per gli altri non passa e non può passare per un'amputazione. Lavorate su di voi, crescete, siate esseri in evoluzione e, ogni volta, combattete per la vostra gioia, per la vostra faccia, per il vostro equilibrio.

Il vostro (improbabilissimo) papà.



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