Froci, negri e buttane: Altra Psicologia si schiera contro le discriminazioni

[LGBTQI] Quella all'omofobia e a tutte le forme di razzismo oggi come oggi deve essere considerata lotta: è questa l'idea (per me condivisibilissima) di Daniela Tomasino, attivista palermitana per i diritti civili di Arcigay Palermo, nell'introdurre il primo incontro di Altra Psicologia sul tema. Data la recrudescenza dei fenomeni discriminatori, con una campagna politica che trova appoggio tra molta gente, l'associazione di categoria presieduta da Federico Zanon ha sentito l'esigenza di dire la sua, aprendo al pubblico in occasione del PalermoPride nella cornice dei Cantieri Culturali alla Zisa; anzi la coordinatrice regionale Gaetana D'Agostino ha promesso che ci saranno presto altre occasioni di confronto e di dibattito. 

Ester RussoL'incontro doveva tenersi nello spazio ZAC (dove ancora per pochi giorni sarà esposta la mostra di Regina José Galindo, artista che ha aperto e accompagnato questo Palermo Pride 2015), ma dato il caldo si è tenuto all'aperto, dove ciascuno ha preso il proprio posto in libertà per poter ascoltare con attenzione e con sguardo attento i relatori. Si sono succeduti, in ordine, Claudio Cappotto, psicologo presso l'AGEDO e impegnato nel Centro Anti-Discriminazione e cultura delle differenze "Sinapsi" di Napoli, Ester Russo, dell'Osservatorio discriminazioni razziali "Nourredine Adnane" e Chiara Campisi di "Le Onde", associazione per il contrasto alla violenza sulle donne.

L'aspetto più prevedibile, ma impressionante, dell'incontro è stata l'assoluta sintonia di linguaggio tra tutti gli operatori coinvolti, che hanno percorsi professionali diversi e si occupano di aspetti ben distinti nel campo delle discriminazioni. Perciò spero che mi perdoneranno i le relatrici e i relatori se mi concentro su questo nucleo forte condiviso e sulla battaglia comune. La premessa essenziale è che la discriminazione non fa differenze e colpisce qualunque categoria di persone, di qualsiasi età, spessissimo colpendo anche e soprattutto le categorie discriminate, che però vogliono creare sbarramenti al loro interno. Il linguaggio è la prima arma di questa politica discriminatoria, con quella ricchezza lessicale ed espressiva che trasforma un semplice dato di fatto in un destino che è - a sua volta - una condanna. Il linguaggio, infatti, dipende da uno stereotipo e, al contempo, lo alimenta. Proprio nel comunicare nasce, dunque, la percezione paradossale di non essere parte a pieno titolo di una comunità.

Il primo e più importante campo di battaglia è la scuola. Lì, soprattutto nei primissimi anni, nascono tutte le catene che costringono i più giovani a un'esistenza che prescinde dalla loro sensibilità o che comunque vi si sovrappone, anche quando se ne condivide la forma - per intenderci: se sono uomo e mi sento bene nel mio sesso biologico, se per di più amassi pure le donne, ciò non vorrebbe dire che non debba imparare a gestire una casa, a stirare o preparare la cena per la compagna/moglie che invece è a lavoro. La scuola dell'infanzia e la scuola primaria, invece, fanno esplodere gli stereotipi di genere. Le campagne con le quali si vogliono screditare iniziative importanti sulla parità dei sessi (possiamo pensare per esempio all'inutile e volgare scandalo sul "gioco del rispetto" a Trieste di qualche mese fa) aspirano a mantenere lo status quo non solo in termini di diritti - che è la nostra battaglia quotidiana - ma anche e soprattutto di rapporto tra i sessi.

Questi sono regolati fin dalla più tenera età attraverso precise strategie culturali che, con il millantato proposito di assecondare e sostenere le diversità di genere (maschile/femminile), di fatto costruiscono e riproducono gli stereotipi di una società "polarizzata", ovvero tra un maschile che è un più in termini di potere e un femminile che su questo piano è un meno. In realtà, nessuno più dei nemici del fantomatico gender costruisce con tanta perseveranza e accanimento una suddivisione della società sulla base del sesso. Si pensi alle favole classiche, piene di diafane principesse e di eroici cavalieri, spessissimo usate per indicare il posto in società degli individui secondo schemi prefissati, di presunta atemporalità, indisponibili all'autodeterminazione e dunque all'autonomia responsabile della persona. Ancora una volta, però, va detto che i risultati degli ormai quasi cinquantennali gender studies, non si pongono in termini di sostituzione delle favole classiche con altre, ma di affiancamento di modelli diversi. Ciò che si vuole disinnescare è l'automatismo della disparità di genere e lo si fa attraverso una presa in carico delle persone e della loro capacità di significarsi.

Stefania Campisi
Lo stesso discorso vale per il razzismo nei confronti dei migranti, laddove però il "dentro" e il "fuori" sono stavolta gli assi della polarizzazione. La chiusura drammatica che sta conoscendo l'Europa nei confronti di chi fugge dai propri paesi, l'ostilità verso un diverso colore della pelle o una lingua altra riproducono quei rapporti di potere che la comunicazione massmediatica sintetizza in ruoli standard attraverso tutti i suoi linguaggi (canzoni, film, riviste popolari, programmi televisivi e così via). L'interesse fondamentale di tutte le forme di discriminazione viene difeso attraverso un costante, pervasivo costruirsi di modelli a cui attenersi e su cui ricalcare le diverse esperienze, pena la neutralizzazione di queste ultime o lo sfruttamento delle persone, come si evince dallo schiavismo dei migranti in Italia o dai dati impietosi della violenza sulle donne, perlopiù tra le pareti domestiche (nonostante l'adesione dell'Italia alla Convenzione di Istanbul del 2011). Le strategie per mantenere le diseguaglianze si fondano su atti deliberati e concreti, riproposti e variati (Ester Russo ricordava le ordinanze comunali nei confronti di chi, pur provvisto dei regolari documenti, si vede impossibilitato a svolgere una qualsiasi attività lavorativa), rispetto ai quali viene severamente punita e stigmatizzata ogni obiezione di coscienza della società civile. È il portatore della presunta normalità (ovvero di quel discorso normalizzante che viene inteso come grado-zero del proprio essere tra gli altri) che discrimina le persone, evidenziando le difformità e le fratture rispetto a un modello sociale ed esistenziale a senso unico.

Cosa fare, allora? La chiave è sempre la scuola, per una formazione che sia matura e responsabile. Non a caso, il sordo e precipitoso sì del Senato al DDL "Buona scuola" (con lo psicodramma del gender) ha dimostrato come ciò che dovrebbe essere pass democratico di apertura a tutti, ovvero la crescita degli individui e la pianificazione culturale di un Paese, possa essere invece svenduto all'emotivismo e agli interessi di parte. Chi pretende la neutralità della scuola rispetto ai temi etici non solo è il primo a farne un terreno di lotta all'ultimo sangue, ma è anche e soprattutto tutta quella serie di persone che fino a ieri lamentava che la scuola si limitasse a istruire, mentre invece avrebbe dovuto anche formare (ovviamente secondo un unico modello culturale). Sull'istruzione, sulla conoscenza, sulla curiosità scientifica (e direi anche filosofica) di tutti e su un intervento culturale e propositivo - non selettivo - di tutte le componenti in campo, a partire dai genitori, dobbiamo ripartire tutti: è in gioco un futuro di libertà per ciascuno di noi.

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