La teoria del tutto di James Marsh

Se escludi Dio, esiste qualcosa che possa spiegare tutto? Magari un'equazione, semplice, lineare, elegante, che raccolga tutta l'esperienza del mondo? Un tutto che sia innanzitutto storico, dalla nascita dell'universo a oggi, a noi, alla nostra periferia nell'universo. Un tutto che sia quella radice dalla quale tutti discendiamo e troviamo posto nello spazio. È quello che ha cercato di scoprire Stephen Hawking, astrofisico noto ben al di là dell'ambiente accademico, almeno per un libro divulgativo dallo straordinario successo di vendite in tutti i continenti, A Brief History of Time (1988). La sua storia è raccontata in un film, La teoria del tutto (2014, tit. or. The Theory of Everything), diretto da James Marsh su una sceneggiatura di Anthony McCarten, basata a sua volta sul libro biografico di Jane Hawking, prima moglie dello scienziato.

Denso e suggestivo, La teoria del tutto si fa apprezzare innanzitutto per l'impressionante interpretazione del protagonista, Eddie Redmayne: questi ha stravolto il suo aspetto fisico per dare un corpo a Stephen Hawking, affetto dalla malattia del motoneurone, una forma degenerativa dei neuroni di moto, che causano progressiva (e tuttora irreversibile) atrofizzazione di tutta la muscolatura volontaria. Il lavoro di Redmayne - premio Oscar come migliore attore protagonista nel 2014 - sui movimenti, sui gesti, sugli sguardi è davvero incredibile, giacché la quasi totale paralisi non gli ha impedito tuttavia di dare un'espressività e un carattere unici al suo personaggio, che è vivace, interessante, se vogliamo anche egoista, e però in grado di una profondissima ricchezza interiore. Al suo fianco, la Jane di Felicity Jones sconta un po' il suo ruolo parziale e ingrato di donna dedita alla cura del marito amatissimo: l'attrice è brava e molto bella nella sua "normalità", ma la parte non decolla, rimane sempre appannata, un po' in sordina. Nell'esperienza di Hawking - o almeno così appare nel film di James Marsh - il momento del pubblico finisce con il prevalere su quello del privato, il genio supera la malattia e si confronta con il mondo nella sua complessa articolazione. È vero anche, però, che Hawking non sembra avere avuto difficoltà relazionali o aver sofferto di una qualche forma di discriminazione nella sua vita: la sua personalità si è sviluppata, pertanto, senza compromessi e senza troppi filtri attraverso una serie di rapporti sinceri e positivi.

Perfino l'ambiente accademico vi appare morigerato, leale e solidale, in una visione molto politically correct, ben lontana dalla Oxford mondana, scomposta e invasa da squali che immaginiamo a partire da altre testimonianze. Il Brian di Harry Lloyd è un amico sincero e intelligente, che ben capisce le teorie dell'amico, le difende e le spiega agli altri; il prof. Sciama di David Thewlis è più un compagno di strada e di ricerca che un docente e non manifesta nessuna forma di invidia per il geniale e sfortunato allievo; perfino il Jonathan Jones di Charlie Cox è un "amico" della famiglia Hawking troppo soggetto ai capricci della sfortuna di Stephen e alla sua mancanza di insoddisfazione per tutto ciò. La teoria del tutto di James Marsh è calibrato senza risparmio intorno al suo protagonista e alla sua lotta impari alla ricerca di una spiegazione coerente dell'esistenza. Sul suo sguardo trova la misura anche una fotografia inventiva, di classe, un po' fantastica e ricca di raffinate soluzioni cromatiche e compositive. Un atto d'amore che non ha certo il timbro della biografia definitiva, ma che ci introduce alla vita di un genio e alle diverse fasi della sua travagliata ricerca.

Link correlati: Sito web di Stephen Hawking - Sulla malattia del motoneurone

Roberto Oddo

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