Trieste. La città dei venti di Veit Heinichen e Ami Scabar

Trieste. La città dei venti (2005, tit. or. Triest. Stadt der Winde) è un libro speciale, labirintico e divertente, che mi ha consigliato - tempo fa - un'amica portoghese. Gli autori, Veit Heinichen e Ami Scabar, non potrebbero essere più diversi: l'uno un giallista già rinomato per la sua descrizione di Trieste, l'altra una cuoca esperta di cucina giuliana, ovvero di quel particolare incrocio di culture che sta tra l'Italia del Carso, la gastronomia austriaca e quella slava, uno insolito peculiare di carne, pesce, spezie e verdure. L'esito è un libro da rileggere, da tenere con sé e consultare, un manuale per penetrare la città oltre le apparenze.

Non c'è una trama e non ci sono percorsi prestabiliti, come accade in altri libri - e in particolare in Trieste sottosopra di Mauro Covacich: il libro di Heinichen e Scabar è una serie di affondi nel gusto e nel tempo della città, un saggio molto colto, concreto e godibilissimo e di sapori e sorprendenti parentesi culinarie della cultura mitteleuropea che ci ha coinvolti. Mancano, forse, tutti i "venti" del titolo, quelli che mi sarei aspettato di trovare e che mi avrebbero forse aiutato a svoltare pagina con più foga; in compenso ci sono nomi, cognomi ed esperienze, sia quelle letterarie che non posso non aspettarmi io, sia quelle imprenditoriali - da Pasquale Revoltella a tutti coloro che oggi operano sul territorio - che per me sono una piacevolissima sorpresa e un serbatoio che allarga il mio sguardo sul mondo.

Il vino, l'olio, il sale, il pesce e i fiori di sambuco, i salumi, i dolci principeschi e soprattutto il caffè: scorrere le pagine di Trieste. La città dei venti è come ripercorrere un menu tutto europeo che sembra non tener conto della stagionalità e delle latitudini, quando invece è reso possibile proprio dal tempo e dai venti giusti, dalla topografia sul filo del mare e dei molti monti. Non so se sia davvero così, il mio vero "viaggio a Trieste" è cominciato da troppo poco, ma ho l'impressione che nella città giuliana confluiscano più tradizioni montane, dalle sue spalle, che poi vengano bilanciate dall'importantissimo porto di scambi, quello cantato da Umberto Saba e quello nuovo, quello da cui le navi si allontanano e poi tornano con nuove storie. Vale proprio la pena gioirne.

Roberto Oddo

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