Trieste, diario di viaggio. Arrivo e prime impressioni

Trieste, scorcio di via Roma
Da Palermo a Trieste hai poche chances in aereo: o prendi il volo diretto da Trapani (con partenza alle 6.30 del mattino, il che vuol dire più o meno partire da casa non dopo le quattro), o fai lo scalo a Roma. Mi sembrava più comoda la seconda opzione (non più costosa, a conti fatti) e così mi sono ritrovato a mezzogiorno su un A321 stracolmo di gente d'ogni colore e lingua. Ora: chiunque abbia preso un Airbus sa che, al minimo alito di vento, quegli aerei cominciano a vibrare anche vistosamente e hai quasi l'impressione di essere dentro una gelée OGM, che scricchiola e cigola in modo sinistro come le porte di casa Addams. Dicono che sul piano ingegneristico quest'elasticità sia essenziale alla sicurezza dell'aereo, io la trovo in ogni caso visionaria e divertente.

Dopo uno scalo a Fiumicino tutto sommato non troppo lungo (ma da far venire le palpitazioni per tutti i ragazzi di passaggio in aeroporto), mi imbarco su un Embraer 175, una specie di moderno pullman volante di 88 posti, per metà vuoto e in buona parte occupato da altri piloti e personale di volo di passaggio a Trieste; vicino a me c'è pure un orientale (direi un cinese, ma non ne sono sicurissimo) piuttosto scuro in volto; gli altri hanno tutta quell'aria caratteristica, tra il rilassato e l'affaccendato, di chi torna a casa. Per il resto, ho idea che sia una tratta davvero poco frequentata. Dopo una prima impressione stranita (temevo che sotto di me venissero fuori i pedali o che il velivolo fosse radiocomandato), mi sarei goduto il viaggio, davvero piacevole, se non mi fossi reso conto di essere in un frigorifero in alta quota. A nulla sono valse le disperate richieste d'aiuto allo steward: la mia carne serve ben fresca, mica posso cominciare a decompormi in volo! (Già che ci sono, potrei anche stiracchiarmi un po', così mi frollo?)

All'atterraggio, dopo un recupero del bagaglio da record (per la prima volta la mia valigia è capitata nel primo giro, olè!), chiedo informazioni e solo per un fortunato equivoco non finisco a Udine (a trovare una vecchia fiamma, di quelle parti): prendo dunque un autobus extraurbano di costo non proprio francescano - ma davvero pulito e con un autista gentilissimo - e faccio tutto il tragitto fino all'albergo, a due passi dalla stazione, passando anche per Duino (se tutto va bene, una delle mete dei prossimi giorni). Trieste appare da lontano non appena ti proietti verso il mare: è una visione unica e magnifica, con la roccia scoscesa sulla sinistra e il mare piattissimo, quasi lagunare sulla destra:  non c'è un reale contrasto, il paesaggio è un unico colpo d'occhio, arioso e severo. La riconosco subito, Trieste, senza esserci mai stato, non solo per la grandezza del centro abitato, anche per la sua particolare conformazione "tutta porto", dallo scalo vecchio a nord a quello più nuovo a sud. Ma la riconosco, e questo è il vero miracolo per chi non c'era mai stato prima, anche addentrandomici.

Trieste è proprio come me l'aspettavo, dopo averne letto qualcosa, ed è insieme qualcosa di diverso. Ha una bellezza eccitante, sembra (come dire?) "in piccolo" una città molto più grande; è come se si fosse dilatato troppo il plastico fedele di una città maestosa. Ho ricevuto di colpo tutta l'impronta imperiale e l'idea di un posto che con l'Italia-da-cartolina ha ben poco a che fare. Trieste sembra concepita per essere una città continentale, ma "arroccata" sul mare e, a prima vista, non parlerei neanche di una "scogliera". Pareti rugose scendono a strapiombo su una sottile striscia di terra popolosa e vivace che si proietta sulla costa, o che piuttosto cammina sul limitare tra l'una e l'altra sfera. Non stupisce che il senso del confine sia così palpabile: la babele di lingue, di fisionomie, di cartelli sventagliati in tutte le direzioni che ti sferzano i sensi. E i ristoranti che promettono cibo da ogni dove, ma come se ognuno avesse da sempre la patente per stare proprio lì. Alle sette e mezza di sera, senza pensare alla mondanità di un aperitivo, sembra che i triestini si rifugino in quei bar, all'apparenza non proprio invitanti, dove gli uomini siedono a bere con mediterranea rilassatezza e uno sguardo davvero poco meridionale.

A un prima, frettolosissima, passeggiata, questa città appare tutta una dogana: sembra ti porti ovunque e che però per ogni dove ci sia una specie di fermo; credi di afferrarla con un grandangolo, e ti sfugge come una prospettiva tutta punti di fuga, tutta da inseguire, tutta per disperdere.


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