Trieste, ultima frontiera. Diario del viaggio di ritorno

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Quando, con il mio consueto anticipo psicotico, sono sceso a comprare il biglietto dell’autobus per l'aeroporto, il termometro della farmacia di passaggio segnava 38 gradi (erano le 9 del mattino a Trieste, eh, per chi si fosse sintonizzato solo ora); il sole bruciava e, nel tornare in albergo, il fresco della reception mi ha rigenerato. Ho potuto concordare così con relativa calma l’ora in cui avrei lasciato la stanza, anche se non credo abbiano sentito la postilla mese più, mese meno che ho aggiunto lì per lì.

Entrato in camera, il tasso di umidità era così alto che mi sarebbe venuto più comodo nuotare che camminarci dentro. Ma, con eroica abnegazione, ho finito la valigia (non ho ancora avuto il coraggio di verificare cosa mi sia dimenticato a Trieste) e, grondante di sudore, mi sono lavato di nuovo e ho atteso leggendo un po’ per lasciare l’albergo. Avevo appuntamento con un amico - un attivista per i diritti delle persone LGBTQI - davanti alla chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo, l’edificio che chiude il canal grande: la posizione è strategica, in quanto in questo modo, nella lunga passeggiata, ho potuto salutare un’altra volta prima Joyce e, a pochi passi da lì, Saba e, per ultimo, Svevo che, essendo un po’ discosto, si era offeso per la mia indifferenza nei suoi confronti. Grazie a Francesco, ho saputo anche alcune cose interessanti sulle zone che ho visitato a piedi da solo, anche sulla storia di quei luoghi: avrei dovuto assumerlo come audioguida (per inciso, lui non è neanche friulano, sta lì per lavoro). La prossima volta che torno a Trieste glielo propongo.

Intanto lo zaino cominciava un po’ a pesare, completo com'era di laptop, macchina fotografica e altre cosette, tra cui l’edizione aggiornata di Pasolini, una vita di Nico Naldini, un agevole libriccino (comprato al caffè "San Marco") di densità assoluta che però non avrei mai messo nel bagaglio in stiva. Ci siamo seduti a mangiare, dunque, più prendere fiato che per fame. Chiacchierando un po’ con la signora al bancone, amica di Francesco, e apprezzando molto quanto offriva il tavolo accanto al nostro - ebbene sì, un po’ ci siamo anche distratti - arriva, indovinate cosa?, ebbene sì, la vostra capretta-reporter ha preso l’ennesima insalata. Non poteva mancare il mio spritz bianco, l’unico accettabile per un filologo come me - per inciso: lo spritz è una genialata, l’apoteosi dell’arte di annacquare il vino, un prosecco (che dicono dover essere di buona qualità), con il selz, facendo pure felice la gente... ma quanto ne ho bevuto!? Del resto, lo spritz finisce prima dell’insalata (sfido io), così mi do al centrifugato. Non ricordo cosa ci fosse oltre allo zenzero, perché io scelgo lo zenzero con altri ingredienti intorno, ma era davvero buono. Ma, a proposito di spritz, avevamo fatto i conti senza l’oste: il problema era e rimaneva quello di affrontare il sole delle due del pomeriggio, per di più sazi.

Ci vuole il caffè! Freddo! dice Francesco (ovvero, lui dice un’altra cosa, ma la denominazione del caffè a Trieste è un linguaggio esoterico che il mio amico sembra aver imparato, beato lui). Ora, io non bevo caffè, ma siccome sono di compagnia, andiamoci pure a prendere ‘sto caffè. Ci spostiamo in via XX settembre, lungo viale alberato e un po’ più fresco, dove en passant Francesco mi indica la casa che fu di Svevo. Quando dunque ci sediamo, comincia l’irrinunciabile sezione Sex and the city delle nostre conversazioni e, siccome può transitare da qui qualche lettore minorenne o sensibile al dessert a luci rosse, su questa parte del pomeriggio sorvoliamo, anche perché appunto il volo mi attende. Provateci voi ad attraversare la spietata piazza Oberdan alle 3,30 del pomeriggio, con orde di ragazzi stupendi - sloveni e tedeschi - che si riversano in città per il weekend. Il cuore, incerto tra un collasso e un infarto, ci concede di arrivare a prendere la valigia che avevo lasciato in albergo e lì saluto il carissimo Francesco e mi avvio alla stazione degli autobus. Se qualcuno, al termine del mio viaggio, volesse spiegarmi l’arcano dell’attraversamento di piazza della Libertà senza farne la circumnavigazione, gliene sarei grato, perché in sei giorni io non l’ho proprio capito. Approfittando di un momento di calma, volo dall’altro lato della strada con la valigia, ciò che ha aumentato la mia sudorazione e, a quel punto, il mio indubbio sex appeal.

Ora, non so se a voi sia mai capitato, ma per tutto il viaggio di ritorno, ho avuto la sensazione di commettere errori. Intanto, per via delle diverse compagnie di trasporto, stavo prendendo un 51 sbagliato e sono stato per metà viaggio con il dubbio di dover ricorrere a un taxi (perché, chiedere no? mi direbbe qualcuno). Dopo un volo strapieno per Roma (evidentemente da Trieste va via più gente di quanto non ne torni), a Fiumicino mi accorgo di avere venticinque minuti per l’altro imbarco e mi chiedo dove avessi la testa quando ho prenotato i voli, io che prevedo almeno un’ora e mezza per lo scalo. Ma il bello è che non riuscivo a identificare il gate, perché sulla carta d’imbarco ce n’era uno e sul tabellone dava Napoli, poi mi sono accorto che avevo letto male, ah ecco, meno male... e dunque? no, Venezia. Va bene, guardiamo il tabellone. Settore C, scemo!, settore C, ma ‘ndo sta il settore C? (sentite anche voi il ticchettio minaccioso delle lancette?). Troviamo dunque il settore C e lì, in un attimo di annebbiamento (un "attimo di annebbiamento” alto più di 1,80, biondissimo, con un fisico da nuotatore e un viso meraviglioso), stavo per mettermi in fila per Stoccolma, quando mi sono reso conto che la mia meta era Palermo. Ma, poiché mi sono trovato a essere il primo del nuovo bus (su tre vuoti) per arrivare all’aereo, per tutto il tempo mi sono convinto che stavo per finire a Bari o a Torino. Solo la voce del comandante mi ha rassicurato (un po’) alla fine. Così tra ritardi, aria condizionata sufficiente ad abbattere il pesce, orde di stranieri festosissimi - chi letteralmente ballava e chi leggeva un romanzo di Orson Welles - eccomi di nuovo a Firenze. (O no?)


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