Finiamola con il gender

[LGBTQI[ScuolaIn questi giorni di follia che precedono l'inizio della scuola - e appunto: ancora chissà che dobbiamo vedere! - continuiamo ad assistere a liti furiose telematiche e non sul cosiddetto gender. La voglia di dire "basta!" è lì a portata di mano, ma più ci avviamo alla stagione autunnale, più gli scontri si fanno vivaci a suon di condivisioni di post che testimoniano due vizi incancellabili del confronto mediatico: il ricorso all'argumentatio ex autctoritate, ovvero all'appoggio sull'autorevolezza riconosciuta di una figura e della sua posizione pubblica da un lato; e, dall'altro, l'incapacità sistematica di entrare nel cuore del discorso in modo onesto e razionale.

Dario AccollaPer quanto riguarda il primo vizio, viene spesso condiviso e citato Dario Accolla, che scrive sul Fatto quotidiano. Ne condividiamo spesso i post noi persone interessate a una difesa dei diritti civili (più o meno "attivisti") e alcuni lo criticano come portavoce di un discorso aggressivo e molto "gender" (nel senso malato della comunicazione attuale) tutti coloro che ci accusano di voler "omosessualizzare" il mondo e di minare alla base le radici della nostra società. Sebbene a lui possa non importare nulla del mio sostegno (non ne ha certo bisogno), vorrei si sapesse che io sto con Dario Accolla. E se quest'affermazione, con tanto di hasttag iniziale, non è addirittura il titolo di questo post è proprio per l'impossibilità di uno slogan o di un banner ad affrontare un problema.

Sono certo che Dario mi perdonerà se, in tutta franchezza, dico qua che la mia urgenza fondamentale non è difendere lui, ma il discorso che fa sul cosiddetto gender. Ora: non è accettabile, dal mio punto di vista, che abbiano posto nel dibattito mediatico persone che mentono spudoratamente alle spalle degli altri parlando di masturbazione in classe (da zero a quattro anni) e di identità di genere come una specie di capriccio momentaneo (e sempre ammesso che conoscano e usino la terminologica corretta). Ancora meno è accettabile quando poi senti dire che la questione "non è tanto questo o quell'aspetto" di un famoso messaggio che circola su Whatsapp e Facebook, quanto il senso generale: se si parla di qualcosa, il tema è quello. E se degli irresponsabili, che non hanno il coraggio di firmare un messaggio a larghissima diffusione sugli smartphone di tutta Italia, parlano di masturbazione da 0 a 4 anni la questione è anche e soprattutto la masturbazione da 0 a 4 anni e di quello si deve avere il coraggio di parlare con dati e documenti alla mano. Altrimenti il tema è quello della libertà individuale.

Chiunque segua le politiche delle associazioni LGBTQI sa benissimo che nessuno si sogna di fare un discorso educativo che passi per l'autogratificazione genitale in età infantile. Ma le associazioni LGBTQI non vengono ascoltate e, con tutti i difetti che possono avere Arcigay, il MIT e tante altre loro consorelle, obiettivo comune di tutte è la libertà della persona e i diritti correlati. Perché anche l'essere biologicamente maschio, avere l'identità di uomo e essere orientato sessualmente verso le donne è una libertà, una libertà immensa e impagabile, che alle persone omo-/bi-/transessuali/transgender viene negata, millantando non ben specificati diritti individuali che già esistono. Codice civile alla mano, specifichiamo di cosa stiamo parlando e quale ne è il costo che le persone LGBTQI devono sostenere mentre chi accede ai contratti riservati agli eterosessuali non deve pagare. Per ogni diritto e per tutti.


In quanto attivisti per i diritti civili - che poi sono diritti umani - ci sono persone, tra le quali Dario Accolla, che tra pregi e difetti, tra meriti e demeriti, (se vogliamo, aggiungiamoci pure i tentativi di alcuni di scalare qualche gradino di una fantomatica gerarchia), provano a indicare una strada che metta a confronto la libertà personale con l'imposizione di un dogma sociale. Questo è il nodo del problema: da un lato una maturazione consapevole, adulta, responsabile di ogni aspetto della propria personalità, dall'altro l'imposizione conservativa di una cosiddetta natura che equivale al destino di una persona in società, ai ruoli che dovrebbe assumere e a ciò che dovrebbe essere. La differenza è tra chi vuole ascoltare e aiutare una persona per quello che è, assistendone la maturazione, dando tutti i contributi possibili perché la crescita sia sana e armoniosa, e chi invece impone identità obbligate con il pretesto che sarebbero le uniche possibili. Si tratta di un'alternativa antropologica? Sì, e la difendo con orgoglio.

Faccio mia allora l'obiezione di una mia amica e collega, eterosessuale e cattolica, il cui nome non pubblico solo perché non so quanto le possa far piacere: tutta questa polemica sul gender, oltre a danneggiare le libertà personali delle donne e delle persone LGBTQI, e in definitiva di tutti, mina alla base il rapporto di fiducia che ci deve essere tra famiglie e scuola, ovvero è una minaccia al rapporto educativo. Finché si continuerà a dire che l'educazione affettiva è competenza delle famiglie - le stesse famiglie che contano sostanzialmente sul fai-da-te degli ormoni e del gruppo dei pari, o che ricorrono a un "catechismo" più o meno laico di precetti non negoziabili - ci si troverà di fronte a preadolescenti o adolescenti che non vengono guidati, ma ammaestrati a essere copie. La scuola non vuole sovrapporsi ai dogmi o ai valori delle famiglie, ma affiancarle tutte per consentire e favorire una crescita matura e responsabile dei nostri giovani.

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