Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta

Leonardo Sciascia, Il giorno della civettaUn uomo, un tal Colasberna, viene ucciso. Piccolo imprenditore edile, incensurato, sembrava una persona di cui potersi fidare, nella vita di tutti i giorni; e sarà la sua manifesta onestà a guidare nelle indagini il capitano Bellodi, "continentale" di Parma. L'uomo, sorretto da una fede incrollabile e profonda nella sua cultura della Sicilia e dai valori che dovrebbero condurre questa terra fuori dal baratro, tiene presente la pista mafiosa, quel groviglio che non si vede e viene negato, spesso ancora adesso, come accade quando un potere occulto vuole tenere le redini senza essere coinvolto o, ancor meno, messo in discussione. Saranno questi fili invisibili a collegare la morte di Colasberna alla scomparsa di Nicolosi, altro uomo onesto, il cui passato e le cui relazioni sono però meno irreprensibili.

Romanzo di voci anonime, di improvvisi cambi di scena popolati da ombre senza volto, Il giorno della civetta (1961Einaudi) è forse l'opera-culto, la più famosa di Leonardo Sciascia. A quasi cinquantacinque anni dalla sua uscita, non perde un briciolo della sua agghiacciante lucidità. Il giorno della civetta procede per frammenti ai quali si frappongono il tempo e lo spazio: non abbiamo di fronte un vero giallo, nel senso che il lettore difficilmente si sentirà davvero coinvolto nella ricerca di una soluzione che gli sfugge e che sembra essere a disposizione del solo capitano Bellodi. In questo luogo del racconto, tutto interno al suo svolgersi, dal canto suo l'uomo non è però libero: lungi dall'essere ostacolato dalla criminalità organizzata, la sua fama di partigiano e di comunista lo rende inviso ai poteri forti quasi più che la sua lucidissima onestà. Se i suoi meriti professionali non sono messi in discussione, meno che mai dai mafiosi, è la sua fede politica (che poi vuol dire "civile") a destare malumori e ripicche, perché è proprio quella che rischia di imbrogliare le carte di un sistema tentacolare e, in apparenza, inattacabile.

Il delinearsi di una soluzione dell'enigma e il suo smontarsi giuridico competono qui come due diversi plot narrativi sulla Sicilia: Bellodi ha in mente una trama, che sbroglia con relativa facilità, arrivando a individuare mandanti, esecutori, alibi e ragioni, ma dall'esterno persone senza nome (teatralissime, suggestive), riconoscibili a volte per le sole cariche, riescono a ricomporre la vicenda, risolvendo in un nulla di fatto indagini meticolose e serissime, di scientifica esattezza. Il capitano - o "bargello", come a un certo punto si definisce - non procede per piste false, non mostra un travaglio intellettuale che possa orientare il lettore, conduce un lavoro che semplicemente non riesce a comunicare con la malavita, a intaccarla. Anche quando si confronta con il boss don Mariano, nelle pagine più famose del romanzo, Bellodi mostra di aver intuito con l'intelligenza e la cultura, e però non penetrato, ciò che sta dietro la mafia. Il capitano, cioè, vede da lontano il mondo della criminalità organizzata, ma non la sua cosmologia, non la sua "fisiologia" interna o l'insieme dei valori che le permettono di reggere e di resistere a qualunque spinta al collasso.

Bellodi mantiene - e nell'ultima sequenza del romanzo recupera in pieno - la sua estraneità alla Sicilia. Ma non è il solo ed è anzi l'unico che almeno ci mette la vita, il nome, la faccia: Il giorno della civetta è il romanzo di una terra irredimibile, dove nell'anonimato forze fantasmatiche, che spariscono nell'arco di poche pagine lancinanti e sempre superlative, orchestrano le persone rimanendo impermeabili ai fatti. Leonardo SciasciaLa cosiddetta "astrazione" filosofica dei gialli di Sciascia non è mai una fuga dalla realtà, quanto il tentativo di coglierne l'essenza, di estrarne dal profondo tutto il suo succo, foss'anche un veleno che va bevuto per intero. Anche per questo, per certi suoi passi (non di rado lirici) che mozzano il fiato nel penetrare la cultura siciliana del secondo dopoguerra, Il giorno della civetta è e resta esempio irrinunciabile di una letteratura che dice un territorio e la sua epoca, senza essere però storia: Sciascia vi rinuncia a una narrazione lineare che voglia ricostruire la realtà - semmai la riflette, ovvero la restituisce nell'atto stesso di ripensarla, smantellandone le apparenze. Un capolavoro italiano del '900, ancora oggi di forza epifanica.

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