Simon Curtis, My Week With Marilyn

Marilyn (2011, tit. or. My Week With Marilyn) di Simon Curtis è il ritratto di una diva, ovvero di una donna che ha fatto del suo splendore il modo di presentarsi agli altri. Ma è anche la storia di come questa bellezza possa portare alla disperazione chi la circonda, chi pensa di essersene impossessato. Non è un film propriamente biografico, nel senso che la vicenda umana e artistica dell'attrice non segue una parabola lungo un arco temporale significativo sul piano storico: vuole essere piuttosto un ritratto o un affondo. Semmai, va detto che la sceneggiatura di Adrian Hodges nasce dalle memorie del protagonista e dunque l'immagine che noi abbiamo della diva è quella che nasce dal vissuto del narratore.

Lo spunto è, a suo modo, fiabesco. Il bel Colin Clark (Eddie Redmayne), figlio di un autorevole e ricchissimo critico d'arte, sogna di entrare nel mondo del cinema. Così, a meno di 24 anni, lascia la sontuosa residenza e si reca a cercare lavoro tra film e degli artisti, senza lasciarsi mai scoraggiare. Grazie alla sua perseveranza e con un po' di fortuna, Colin riesce ad accedere al set di un film - The Prince and the Showgirl, 1957, in italiano Il principe e la ballerina - che sir Laurence Olivier (Kenneth Branagh) sta girando con Marilyn Monroe (Michelle Williams) e Sybil Thorndike (Judi Dench).

L'occasione è imperdibile, anche se Colin dovrà subire molte umiliazioni ed essere trattato come l'ultimo sguattero: il ragazzo è di bell'aspetto, è simpatico e ci sa fare, Marilyn non può che notarlo. È così che i suoi abituali capricci, che irritano fino allo sfinimento Olivier e il produttore Milton Greene (Dominic Cooper), diventano a loro volta strumento ulteriore di seduzione. Marilyn, che mostra di essere ossessionata dalla tecnica, tanto da vedere in Paula e Lee Strasberg dell'Actors Studio numi tutelari più che istruttori in una palestra di mestiere, è totalmente in balia della sua ansia di piacere. Dai provini e dal girato risulta che, più che sulla professionalità, la donna conta su un istinto geniale, ma fatale, e non c'è in lei nessuna ricerca della verità scenica a cui ambiva Stanislavsky: Marilyn Monroe coglie nel vero del suo personaggio in un impeto di gioia e di ritrovata leggerezza. Colin, che dietro le quinte del set ha un flirt con Lucy, la ragazza dei costumi (Emma Watson), rimane travolto da quest'inarrestabile esuberanza, al punto da mollar tutto per poter star dietro alla sua musa bionda. Ammirazione per la diva e attrazione per la donna si fondono e il giovanotto, nella sua freschezza, sembra l'unico in grado di poter influenzare l'attrice in modo da far completare The Prince and the Showgirl.

Marilyn di Simon Curtis è una riflessione sul "film" e su quella particolare grazia della naturalezza che incanta sullo schermo e distrugge nella vita reale. Sul piano storico, non c'è nessun intento apologetico nei confronti della Monroe, ma non siamo neanche di fronte a un j'accuse: Marilyn è semplicemente la padrona di casa. In questo spaccato del cinema anni '50, non c'è una scena e non c'è platea, ma solo la diva con tutto il suo corredo di ansie e di protagonismo nella vita. Sul piano artistico, poi, oltre a eccellenti interpretazioni (in particolare di Kenneth Branagh), il risultato di maggiore spicco di Marilyn sta tutto nelle luci splendide che riscattano e, direi, sostengono il glamour un po' smaccato della fotografia in alcune sequenze. Questo film di Simon Curtis è, dunque, sì diseguale, ma interessante nell'insieme e una splendida occasione per chi cerca un più indiscreto angolino da cui guardare il cinema d'evasione ai tempi d'oro del secondo dopoguerra.

Roberto Oddo

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