Dall'esilio di Iosif Brodskij

a S.A.

Un'amica mi ha regalato questo libriccino quasi un anno fa, e da allora è la terza volta che lo rileggo: ancora oggi mi sfugge più di qualcosa. A questo punto scriverne è un modo per impossessarsene e poco mi importa che si perda in credibilità nell'atto di dichiarare la propria ignoranza, è il mio primo incontro con Iosif Broskij e sento che ancora non ci siamo presentati. Spero solo che questo post traghetti la sua poesia a lidi più felici.

Essere sperduti in mezzo al genere umano, nella folla - folla? - tra miliardi di individui; diventare un ago in quel proverbiale pagliaio - ma un ago che qualcuno va cercando -, questo è l'esilio, in sostanza. Ammaina la tua volontà, dice l'esilio, non sei che un granello di sabbia nel deserto. Non ti confrontare con gli altri uomini di penna, ma con l'infinità umana: la quale è amara e triste più o meno quanto quella non umana. È questo che deve suggerirti le parole, non già la tua invidia, non già la tua ambizione.

Il volumetto Dall'esilio, pubblicato da Adelphi (1988) con le traduzioni dall'inglese di Gilberto Forti e dal russo di Giovanni Buttafava, raccoglie tre brevi testi di Iosif Brodskij (1940-1996), letti nel 1987, anno in cui il poeta di Leningrado ricevette il Premio Nobel per la letteratura. Sebbene le circostanze nelle quali sono nati questi discorsi non siano assimilabili, il libro in questione consente di farci una prima idea di un poeta senz'altro poco frequentato, o almeno fotografare la sua poetica nella fase della piena maturità.

Uno degli elementi che mi sembra attraversi trasversalmente questi discorsi è lo sguardo soggettivo della letteratura, ovvero quella che Brodskij chiama "la dimensione privata della condizione umana":

Poiché non sono molte le cose in cui riporre le nostre speranze di un mondo migliore, poiché tutto il resto sembra condannato a fallire in un modo o nell'altro, dobbiamo pur sempre ritenere che la letteratura sia l'unica forma di assicurazione morale di cui una società può disporre [...] - se non altro perché la diversità umana è la materia prima della letteratura, oltre a costituirne la ragion d'essere.

Già in La condizione che chiamiamo esilio apprezziamo questo dialogo personale che la letteratura intrattiene con ciascuno dei suoi fruitori, rivelandosi preziosa per la sua capacità di intercettare l'individuo. Ciò porta però Brodskij, in Un volto non comune (il discorso di accettazione del Premio Nobel), a tradurre in termini politici la capacità della poesia di parlare tête-à-tête con ogni suo lettore:

là dove l'arte è passata, dove una poesia è stata letta, costoro [i padroni delle masse, gli araldi della necessità storica] scoprono, in luogo dell'atteso consenso e dell'unanimità prevista, solo indifferenza e polifonia; in luogo della volontà di agire, disattenzione e insofferenza. In altre parole, all'interno di quei piccoli zeri sui quali i paladini del bene comune e i signori delle masse fanno conto per le loro operazioni, l'arte introduce delle varianti.

L'arte, dunque, si rivolge sì al pubblico, ma cercando di trovarlo là dove si trova, incontrandolo nella sua libertà e soprattutto nel suo segreto, in quel rapporto intimo che lampeggia spesso dai versi dei poeti e che a me ricorda tanto Kavafis. La pluralità è a garanzia della condizione degli uomini liberi, dei singoli uomini liberi, e, non a caso, nel brano di cui sopra, la polifonia affianca l'indifferenza nella sua contrarietà al regime. Del resto, la polifonia ci riporta a una delle condiizoni più scottanti della natura dell'esilio:

Per uno che fa il mio mestiere, la condizione che chiamiamo esilio è, prima di tutto, un evento linguistico: uno scrittore esule è scagliato, o si ritira, dentro la sua madrelingua. Quella che era, per così dire, la sua spada, diventa il suo scudo, la sua capsula. Quella che all'inizio era una liaison privata, intima, col linguaggio, in esilio diventa destino - prima ancora di diventare un'ossessuone o un dovere. (pp. 32-33)

La lingua viva, centrifuga, diventa nell'esilio una rocca del poeta allontanato, diventa destino: Brodskij fu condannato per ragioni fondamentalmente incomprensibili - come tutti coloro che manifestarono un qualche dissenso al regime sovietico - e il suo esilio divenne un luogo dell'anima, ma divenne anche e soprattutto emblema dell'isolamento del fatto letterario in un fatto-Stato. Vale a dire che la poesia si oppone, per l'essere poesia, a uno Stato che diventa tutto e a tutto ciò che non sa configurarsi altrimenti che nelle vesti dello Stato. Da qui, la surreale e magnifica ipotesi di sostituire lo Stato con una biblioteca.

Josif Brodskij
Ma Brodskij non si crogiola nel fascino dell'abbandono dell'autore e del lettore, nella dimensione romantica della resistenza e affonda nell'immagine più crudele di quest'isolamento. C'è, nei brevissimi scritti di questo volumetto, la più lacerante solitudine "dei pochi", la sfera del "raccogliticcio", non per qualità, ma come isolotto di reduci, forse neanche troppo convinti e destinati a rimaner pochi. L'incontro dello scrittore che occasionalmente parla, e parla a una pluralità (sia pure selezionatissima) di persone è la miccia che fa esplodere il senso assoluto della letteratura e la precisa cognizione di quest'assolutezza.

È un'assolutezza fatta di scelte estetiche, personali e quasi archetipiche, di rifiuto della carne da ogni catena e ogni bruttura, in nome della propria libertà di dire io. Senza questo io, che a qualcuno potrà forse sembrare arrogante e a me sembra invece tenerissimo abbandono alla propria povertà e confessione di debolezza, forse non si amerebbero tanto le pagine dei discorsi qui pubblicati. Dall'esilio è una diga disegnata dalle crepe che la piena imprime sulla sua superficie e trabocca in un impeto di rabbia, dolcezza, stupore e senso di gratitudine per una sofferenza che sembra volgere al termine e che sembra poter risolversi nella pace.

Se ciò che ci distingue dagli altri rappresentanti del regno animale è la parla, allora la letteratura - e in particolare la poesia, essendo questa la forma più alta dell'espressione letteraria - è, per dire le cose fino in fondo, la meta della nostra specie.

Roberto Oddo

Post più popolari