L'ammaliatrice Marlene Dietrich

Flame in inglese - come in italiano - vuol dire fiamma, anche nel senso di amore bruciante, di donna o uomo della propria vita; ma, i partecipanti a forum, newsgroup e realtà virtuali lo sanno bene, vuol dire anche momento di tensione, argomento che fa scontrare animatamente diversi membri della comunità. È in effetti oggetto di contesa la Marlene Dietrich di L'ammaliatrice (1941) di René Claire, che nell'originale inglese si intitola The Flame of New Orleans; ma soprattutto è terreno di dubbi e di curiosità la sua sorte, ovvero lo stranissimo destino di un abito da sposa trovato in mare.

La trama de L'ammaliatrice è quella di una doppia seduzione. La sofisticata Claire (la Dietrich, appunto) viene contesa da un ricco banchiere Charles Giraud (Roland Young) e dal marinaio Robert LaTour (Bruce Cabot) in un altalenante gioco di preferenze e di equivoci. Attratta dal denaro del banchiere e dal corpo del marinaio, dall'agio altoborghese dell'uno e dall'avventurosa sensualità dell'altro, Claire si concede l'agio di passare per due donne diverse: la ricca e aristocratica europea e la donna più facile, più dei "bassi". In una commedia musicale rapida e godibilissima, in quel genere di film che le riescono tanto bene, e che tanta importanza avranno durante il secondo conflitto mondiale, Marlene Dietrich conferma il suo ruolo di diva (e come tutte le dive è intramontabile), anzi lo raddoppia: la donna d'alto bordo e quella di basso borgo.

Difficile dire che L'ammaliatrice è un capolavoro, è senz'altro un prodotto di quegli anni, con le storie tutte novecentesche di emigrazione tra Europa e America e certe sequenze davvero divertenti (come il rapimento di Claire). E, come spesso accade in certi film dello stesso periodo, c’è uno studio teatrale dei ruoli, con meccanismi più che noti, che però non perdono mai di efficacia, specialmente da Goldoni in poi. Protagonista ne è la donna, appassionata, sensuale e attratta dalla virilità dell’uomo che “viene da lontano”. È lei a orchestrare la danza degli eventi, è lei il motore dell’azione, a intrattenere gli ospiti nei salotti e gli spettatori al cinema; è lei, insomma, il polo magnetico. La narrativa è una sua “creatura", la sceneggiatura (di Norman Krasna) al suo servizio. Per fortuna l’elemento umoristico stempera un po’ l’acciaio di questa doppia seduzione e la turbolenza del dramma si scioglie in un sorriso.



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