Mario Martone, Teatro di guerra

Chi ami il teatro ricorderà senz'altro quella vecchia storia dei due fratelli Eteocle e Polinice - figli di Edipo - che, diventati adulti, si contesero Tebe e morirono l'uno per mano dell'altro. Ricorderanno la loro sorella ribelle e di tutte le sofferenze che ciò portò alla stirpe di Laio, che rimbalza da poeta a poeta e arriva a noi in mille voci. Teatro di guerra (1998) racconta la messinscena di questa leggenda tragica nella voce di Eschilo e dei suoi Sette contro Tebe. Le prove si svolgono a Napoli, la Napoli più popolare e accidentata dei quartieri spagnoli, ma lo spettacolo si dovrà tenere in una Sarajevo martoriata dalla guerra serbo-bosniaca. Leo (Andrea Renzi), il regista, ha dei contatti là a Sarajevo, ma a un certo punto la sua prima attrice Luisella (Iaia Forte) sceglie un progetto diverso, lasciando la compagnia - che già si arrangia a provare - in grandi ambasce. Così Leo si rivolge a Franco Turco (Toni Servillo), squallido direttore di un teatro stabile - figura ben nota a chi pratica l'ambiente - che gli offre la possibilità di continuare le prove e di andare a Sarajevo a patto che lui accolga nel cast anche Sara (Anna Bonaiuto), di cui l'impresario si vuole liberare senza le penali previste dal contratto.

La "guerra" del titolo è intanto quella che si combatte in un territorio privo di regole, dove è una missione già affermare la necessità del teatro, contro la sua mondanità inessenziale e inefficace a incidere nel vissuto delle persone. La cultura rappresentata da Franco Turco, alle prese con La bisbetica domata, è imprenditoria spiccia e finto-popolare, che si basa sul successo personale e su un lavoro dozzinale. Di contro, le prove dei Sette contro Tebe procedono tra rigido esercizio fisico e un lavoro sul testo che miri a scarnificarlo ulteriormente, a esaltarne gli spunti già eterni di condanna a una guerra fratricida, come quella che ha segnato la fine del già traballante progetto Iugoslavo. Ma ecco che, all'interno di questa compagine, Leo si trova invischiato in infinite schermaglie per difendere il suo progetto contro gli abitanti del quartiere dove sta provando e talvolta contro la disillusione dei suoi stessi alleati. Sembra che Eschilo possa fallire, tanto più che la protagonista femminile, Antigone, fatica nell'inserirsi e a comprendere il suo posto. Che ci fa tanta pietà, infatti, in una guerra così crudele e così attuale?

Teatro di guerra è un film bellissimo e indispensabile a chi ami la drammaturgia e la vita, l'odore del palco, l'urgenza del mettere in scena un conflitto eterno. Il teatro per cui evidentemente propende Mario Martone non è specchio acritico dei corpi e dei fatti, ne è l'essenza e forse può esserne la soluzione, a patto di difenderne con le unghie e con i denti la forza di sintesi e l'intrinseca attualità. In Teatro di guerra sono i modi di affrontare il lavoro dell'attore e del regista, il valore delle parole e dei gesti, a scontrarsi, non certo Eschilo e Shakespeare, o il teatro stabile da una parte e quello "sperimentale" dall'altra. Questo di Martone non è tanto un film sullo scarto tra professionismo retribuito e la povertà dei mezzi di un qualche genio, quanto piuttosto un interrogativo posto sul nostro patrimonio e sulle possibilità che abbiamo, sul modo in cui vanno spesi i talenti e perseguiti degli obiettivi, un atto d'amore perchhé il teatro abbia il suo posto e il suo ruolo nella cultura moderna e sia insieme chirurgico e universale.

Roberto Oddo

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