Pier Paolo Pasolini, Edipo Re

Edipo Re (1967) è anticipato da un monito impegnativo: V.M. 18. Quella che forse è la più grande tragedia di ogni tempo, scritta da Sofocle quasi 2500 anni fa, giunge in televisione limitata da una censura che oggi magari piacerebbe a tanti. Il tentativo di Pier Paolo Pasolini di restituire al grande pubblico una tra le più importanti opere del pensiero umano attraverso il cinema incontra dunque delle resistenze. Sarà forse che uno degli intellettuali più discussi di quegli anni Sessanta e poi dei Settanta ha voluto prosciugare il testo sofocleo, riducendolo ad archetipo vivo e potente ai suoi giorni, L'azione, infatti, prende l'avvio e si chiude nell'Italia urbana degli anni in cui il film fu girato, salvo poi svolgersi interamente in un paesaggio scarno e terroso, in campi che non conoscono agricoltura e in città che sono bastioni, roccaforti nel nulla.

Pier Paolo Pasolini, Edipo ReSul piano dei fatti e dei rapporti personali, c'è tutta la tragedia, tutta la rovina dell'uomo che, inconsapevole (ovvero: terrorizzato e in fuga dalla sua consapevolezza), uccise il padre e generò dei figli con la sua stessa madre. Ma è come se tutto fosse ridotto all'osso, così che lo spaventoso rovello dell'indagine viene rosicchiato via dai tanti momenti di silenzio che i frequentatori di Pasolini ben conoscono. Manca come la polpa di questa macchina infernale (come si trovò a definirla Jean Cocteau nel 1932), c'è l'essenza arsa, gridata, priva di qualsiasi speranza, di un male senza ritorno. A ciò si aggiunga la partecipazione di molte icone dell'Italia di quegli anni, l'Italia del boom e la sperimentazione più audace, in Silvana Mangano (nella parte di Giocasta) e di Carmelo Bene (nei panni di Creonte) e addirittura Julian Beck del Living Theatre (nel ruolo di Tiresia). Sono tutte figure che allineano il film all'immaginario collettivo e, nello stesso tempo, prendono posizione rispetto allo spettacolo di quegli anni.

Non è affatto un'esperienza per tutti, quest'Edipo re: proprio nel tentativo di renderlo più immediato, a quasi cinquant'anni di distanza è tutto da rivedere, da ridiscutere, da riposizionare. Primo elemento di un dittico sulle tragedie classiche che avrà termine due anni dopo con la celeberrima Medea, in realtà Edipo Re anticipa di un anno quel famoso Teorema che associa l'arrivo dell'estraneo, alla distruzione di un sistema stabile e consolidato. Se in Edipo Re il protagonista è straniero per un equivoco, in Teorema il Visitatore è l'emblema del vero e del bisogno di fare i conti con se stessi e con i rapporti di cui si difende la solidità; in entrambi i film al giovane proletario e romanaccio Ninetto Davoli è assegnato il ruolo del messaggero (in greco àngelos) e la catastrofe è dietro l'angolo. Nel 1967, dunque, Pasolini, insieme alla scrittura e alla messa in scena dei suoi più importanti testi teatrali (Orgia, Pilade, Porcile, Calderón, Affabulazione, Bestia da stile), avvia una riflessione sul senso del tragico che al cinema si concluderà formalmente nel 1969, con il capolavoro di Euripide e che lascerà spazio - dopo gli Appunti per un'Orestiade Africana del 1970 - alla più complessa, e solo in apparenza meno drammatica, Trilogia della vita, che non a caso annovererà nel suo cast ancora il protagonista di Edipo re: Franco Citti. È forse a questo punto che si può collocare l'inizio della sua produzione più matura e alta.

Roberto Oddo

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