Incontri LGBTQI - Giuseppe Di Salvo

Giuseppe Di Salvo
[Incontri] [LGBTQI] Giuseppe Di Salvo è di Bagheria, un grande e importante comune proprio alle porte della città. Con tutto il vissuto che si porta dietro, e dentro, è una delle colonne del movimento nel palermitano. Quello con lui è un incontro ineludibile, con la sua verve polemica e per nulla accomodante, se si vuole comprendere che cosa significhi lottare qui per visibilità, dignità e diritti civili. Qualunque sia la posizione che si vuol prendere sulle parole di Giuseppe Di Salvo, dall’adesione totale alla distanza, intervistarlo significa confrontarsi con un pezzo della nostra storia (e ciò senza nulla togliere ai meriti attuali di nessuno). Ci siamo dati appuntamento una mattina di dicembre, subito dopo Natale, ma ha preferito rispondere alle domande per iscritto, questo spiega l’andamento poco dialettico o un po’ più schematico, o se si vuole semplicemente più ordinato, di quest’intervista.

RO. Come ti definisci come persona?
GD. Sono stato sempre un uomo perfettamente immobile. Non transito. Eppure il mio percorso evolutivo ha visto muovere le certezze desideranti di chi mi ha sempre guardato con desiderio; in breve: attraverso il mutare del mio corpo ho potuto osservare i cambiamenti dell’orientamento sessuale altrui. Va ricordato che i mie amanti sono stati quasi sempre sposati o si accingevano a farlo o pensavano di farlo per poi, in buona parte, divorziare. Due grandi amori ci sono pure stati. Ma, anche per la repressione, la vita finisce per disgiungere chi si ama. E allora? Ho sempre amato come ho potuto amare e mai come avrei voluto; del resto, chi vive come vuole?

RO. E invece come ti definisci in rapporto al movimento arcobaleno?
GD. Sono stato, a 23 anni, nel lontano autunno 1976 -siamo dunque quest’anno al quarantennale di quel grande evento storico striato di coraggiose e intense lotte pionieristiche- fra i fondatori del FUORI! di Palermo. Ci riunivamo nella sede di Vicolo Castelnuovo, numero diciassette. Ho in buona parte ricostruito quella nobile storia di lotte. Chi vuole può trovarla nel mio sito Tiscali “Giuseppe Di Salvo”: basta digitare la parola FUORI! in alto a destra e si resta impressionati; eravamo in pochi (io, Piero Montana, Salvatore Scardina, Franco Lo Vecchio, Rosabianca Colonna, Lina Noto, Anna Maria Schmidt, Benedetto Montenegro, Regina, Formica, Pippo Rinella…), ma abbiamo costruito un patrimonio di lotte che hanno davvero svegliato la città adagiata in un repressivo sonno dogmatico e mafioso. Pionieri di rispetto. Ci autofinanziavamo. Eravamo ospiti nella sede del Partito Radicale. Contribuivamo al pagamento dell’affitto. Il Partito di Pannella fu la prima organizzazione politica ad avere aperto le sue sedi agli “arrusi”. Si lottava con gioia per cercare di modificare la mentalità antigay e, all’alba degli anni Ottanta, già miravamo a realizzare il matrimonio anche per le persone dello stesso sesso. Sempre lungimiranti. L’arcobaleno è venuto dopo e, di tanto in tanto, riappare nel cielo, cioè nella Parate estive.

RO. Raccontaci la situazione delle persone LGBT dal tuo punto di vista...
GD. Palermo è stata sempre, tutto sommato, una città aperta. Sin dall’inizio abbiamo lottato contro tutte le istituzioni antigay presenti anche in città: polizia, manicomi, carceri, chiese (dico chiese e non chiesa!), partiti politici…: per il PCI avevamo il “vizio piccolo borghese”; per la D.C. eravamo malati e peccatori; per i fascisti dei casi clinici da relegare nei meandri della psichiatria. In pratica, lottavamo contro mostri nelle cui teste abbiamo agito con le nostre efficaci terapie: abbiamo fatto capire a tutti costoro che gli unici “malati” culturalmente erano loro. Palermo era la metafora dell’Italia e non solo. Oggi si lotta per codificare leggi positive per le persone LGBTI. Prima si lottava per togliere il pregiudizio e le leggi repressive e naziste: vedi articolo 28 del codice militare; chi, fino a tutti gli anni Settanta, veniva congedato con tale articolo non poteva accedere a cariche pubbliche. Poi, dobbiamo ringraziare il Codice napoleonico.


Giuseppe Di Salvo durante una riunione del F.U.O.R.I.
RO. Se dovessi riassumere i fronti su cui un attivista si gioca oggi la sua partita in Italia e, in particolare, nel palermitano, cosa diresti?
GD. Dacché il FUORI! nazionale si è sciolto (eravamo intorno al 1982) sono nate, per fortuna, altre sigle. Tutte, parlo ovviamente di quelle sopravvissute, da oltre 35 anni, hanno creato utili strutture di servizio e di assistenza legale per le persone LGBTI. Ma va sottolineato un dato: l’Italia non ha ancora una legge sulle Unioni Civili. Il PCI, poi PDS, ora DS, ha messo tanti gay come fiori all’occhiello. Renzi gioca a rinviare e gode accarezzando il termine “tempistica”: è un emerito democristiano da Family Day. Ecco: il Movimento LGBTI, oggi, si deve sganciare da qualsiasi partito che gioca al rinvio o che usa i catto-nazisti per non concludere nulla. Loro, i parlamentari, hanno tutti i diritti che negano ai cittadini. Occorre essere più spregiudicati. Bisogna affossarlo questo PD. Occorre creare un Ordine Laico Nuovo e ribadire che la “sovranità popolare” appartiene a noi e che gli “eletti” possono essere trombati in qualsiasi momento. Io, pur essendo di tradizione familiare comunista del PCI, non ho avuto mai nessuna tessera di partito e rivendico la mia totale autonomia elettorale. I gay tutti, anche alle elezioni condominiali, devono fare valere la loro forza elettorale. Sì, dobbiamo essere lobby: i partiti devono essere a nostro servizio e non noi al loro. Se non fanno i nostri interessi, dobbiamo prenderli a pedate. Senza pietà!
  
RO. Quali sono, invece, i grandi temi dimenticati delle nostre battaglie?
GD. I gay politicizzati (o partitizzati) danno l’impressione di avere dimenticato se stessi. Devono frocializzare i partiti in cui militano o girar loro le spalle. I partiti sono mezzi, dobbiamo votare per chi porta avanti i nostri obiettivi politici. Il nostro voto deve essere pericolosamente mobile. Il qualunquismo è degli intruppati.
  
RO. Tu hai molta esperienza di quelli che sono stati gli inizi, laddove non c’era niente. Cosa potrebbe fare oggi un giovane che si trovi in un contesto isolato, dove non ci siano associazioni o punti di riferimento, se volesse dare un contributo?
GD. Noi, da pionieri, i punti di riferimento ce li siamo creati ex novo, dal nulla. E abbiamo pure contribuito a creare ottimi modelli. I gay di oggi si muovono su un tappeto che li porta facilmente verso la liberazione. Tutto sta nel concetto di coraggio e, purtroppo, come si sa, esso non può essere dato a chi non ce l’ha dentro. Chi non lotta contro i modelli culturali repressivi è complice di chi lo reprime. Magari va in chiesa: ecco i chierici luoghi della nostra laica concorrenza!

RO. Come vengono comunicate le battaglie del movimento LGBT dagli organi di stampa generalisti?
GD. Ormai i giovani, gay e non, hanno un mondo digitale che noi non avevamo. E sono più competenti di me. A loro viene facile trovare siti ed informazione alle loro esigenze adeguati. Noi, nel 1976, stampavamo volantini col ciclostile. Eppure facevamo breccia anche nei mass-media alla partitocrazia da sempre asserviti. I nostri organi di informazione rappresentano il riflesso condizionato della mafiosità partitocratica. Sta a noi saper essere alternativi e saper diffondere l’Informazione Corretta. Io posso dire che i miei siti sono molto seguiti. La gente mi legge. E trovo riscontro di ciò sia andando in giro per Bagheria o Palermo sia muovendomi dentro la rete.
  
RO. Detto ciò, cosa suggeriresti in termini di libri, film, spettacoli, materiale in rete a un giovane che voglia impegnarsi in queste battaglie? Su cosa dovrebbe formarsi.
GD. Chiunque dovrebbe leggere il Simposio di Platone e i frammenti di Saffo. Poi Sandro Penna, Pasolini e… me, naturalmente. Il resto? La vita stessa è guida.

Giuseppe Di Salvo durante un comizio
 RO. Fatta la tara degli ostili irriducibili, da quali obiezioni dei non attivisti “informati”, eterosessuali o LGBTQI, pensi che si possano trarre indicazioni o critiche utili?
GD. Dall’ etica della Chiesa cattolica: lì c’è espresso quasi tutto ciò che loro fanno, ma dicono e scrivono che non si deve fare. A parte le polluzioni (notturne o diurne) di cui la loro etica mai parla: altro che castità! Non esistono non attivisti, ognuno sa ciò che vuole e si “attiva” per realizzarlo. Noi lo sappiamo e siamo anche più bravi nel muoverci. Poi c’è chi ha bisogno di supporto psicologico. Ma vale anche per gli etero.
  
RO. Quali sono le associazioni e le battaglie NON-LGBTQI che un militante come te sente particolarmente vicine?
GD. Fine vita, eutanasia, fecondazione assistita… Personalmente, ho le mie riserve, ma le laiche leggi ci vogliono. I divieti non servono. Ogni cittadino deve poter scegliere. Poi si dovrebbe rivedere la legge Fornero: pensione a 60 anni per tutti. E i sindacati dovrebbero essere più incisivi; di fatto, la partitocrazia li ha sciolti.

RO. Cos’è la famiglia? Quanto è importante oggi per noi e perché ce ne stiamo assumendo difesa?
GD. Ogni formazione sociale felice va sostenuta. E le famiglie sono tutte sacre. Noi lottavamo, anni Settanta, contro le famiglie patriarcali violente e repressive: io ho potuto lottare ed espormi senza problemi perché avevo dietro una famiglia che mi appoggiava; e altre famiglie amiche che mi sostenevano. Era tolleranza reale. Supporto. E anche i legami affettivi è giusto che vengano tutelati. Del resto, io amo anche gli “sposi di Dio”, purché capiscano che non sarò mai a loro immagine. E ho lottato per il divorzio: la famiglia che irradia libertà per tutti è quella in cui si conosce l’amore. Dove non c’è amore ci deve essere immediata dissoluzione. Per la felicità di tutti! In questo contesto, ma anche fuori di esso, lo stesso erotismo è comunicazione sacra a tutti gli Dei!

Roberto Oddo

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