Sveglia Italia! Matrimonio egualitario e diritti civili

[LGBTQI] Potrebbe capitare che un domani, nel consueto oblio di quanto costano i diritti a chi se li guadagna, o magari anche oggi, qualcuno si stanchi e smetta di guardare al matrimonio con l'attenzione che adesso dedichiamo a questo istituto. Accadrà magari che quel qualcuno arrivi a chiedersi per quale ragione abbiamo perso tanto tempo dietro a una simile chimera, a un simile modello di organizzazione sociale. Ci sta, non è detto che si prendano sempre le decisioni migliori o si scelgano le strategie vincenti.

In un paese che protesta di non discriminare nessuno e si guarda bene dal promuovere troppa uguaglianza tra tutti i cittadini; in un paese dove un istituto giuridico viene giudicato in funzione del numero di persone che presumibilmente vi accederà, salvo escludere l'accesso all'istituto generale del matrimonio (di cui lamenta lo scarso entusiasmo che suscita oggi), la nostra convintissima battaglia per il matrimonio egualitario va vista nell'ottica della conquista di una possibilità, in un doppio senso. Intanto, cioè, occorre che siamo in grado di potere fruire dei medesimi strumenti legali di aggregazione di nuclei sociali che hanno tutti i cittadini italiani eterosessuali con capacità di agire. Ma anche e soprattutto, spogliato di tanti orpelli più o meno pesanti, il matrimonio è in effetti una possibilità che qualche omosessuale, come tanti eterosessuali, può richiedere per stabilizzarsi, per provare a mettere radici, se proprio lo desidera, insieme a un'altra persona, per mutuo sostegno affettivo ed economico, per un progetto comune.

Dunque, lottiamo per dare uno strumento a chi lo voglia, non per imporlo a chi costruisce in altro modo la propria vita: né a chi ritiene che il matrimonio per sé debba essere quello tra un uomo e una donna, né a chi preferisce rimanere single o non vuole impegnarsi secondo schemi già consolidati. Il matrimonio è uno dei fronti su cui misuriamo la nostra cittadinanza, non è il nostro traguardo come movimento. Una meta, infatti, sta alla fine di un percorso: sembra orientarlo e non prevede sviluppo ulteriore nell'immaginario comune. Ma bisogna esser ciechi per non vedere il matrimonio - e qualsiasi altro atto di autodeterminazione - come uno snodo tra tanti possibili e un incipit: l'avvio di un'avventura, l'inizio di un modo di affrontare la vita, una svolta precisa e deliberata, nel caso specifico non più di una singola esistenza, bensì di un'esistenza al plurale, vale a dire della coppia e della comunità intera, perché ci si sposa all'interno di una comunità.

Dall'accesso all'istituto matrimoniale in poi le vite di tutti i cittadini sono sostanzialmente sovrapponibili in termini di scelta, mentre ora alcuni italiani sono più uguali degli altri e godono del privilegio di questa maggiore uguaglianza. Che lo Stato debba discutere se riconoscere o meno la libertà individuale a farsi famiglia al suo interno, nelle modalità che meglio si addicono a ciascuno, beh, questo fa riflettere. Mi chiedo poi quanto sia determinante la "famiglia" in uno stato che riconosce preventivamente e selettivamente le famiglie, questa sì, questa no, questa sì, questa no. Ma ciò che mi importa qui è che altri possano intendere questa nostra battaglia culturale come lo sviluppo di una riflessione molto più vecchia di noi su diritti individuali e cittadinanza. E, se domani (o anche oggi) qualcuno dovesse ritenere lo strumento "matrimonio" obsoleto o comunque inadatto, spero possa riconoscere questo lavoro e proseguire con noi per una politica inclusiva.

Post più popolari