Victor Victoria di Blake Edwards

[LGBTQI] Victor Victoria (1982) di Blake Edwards è una fonte inesauribile di gioia. un serbatoio favoloso di musica, sentimenti, equivoci e affetto. Teatro della vicenda è una Parigi del 1934 tutta d'interni, di sale e di night; protagonista ne è Victoria Grant (Julie Andrews), cantante divina, ma senza successo, che viene notata da Carole Toddy (Robert Preston), artista omosessuale molto dotato che la salva dalla fame con uno stratagemma: la donna dovrà fingere di essere un conte polacco gay che, scacciato con disonore dalla sua famiglia, cerca una scrittura en travesti oltre i confini del suo Paese per brillare ed essere se stesso. Il debutto di Victor/Victoria è un autentico trionfo e King Marchand (James Garner), un avventore dalle frequentazioni perlomeno dubbie, se ne invaghisce, facendo persino ingelosire Norma Cassady (Lesley Ann Warren), la sua amante supervamp e molto "bionda". Il piccolo dettaglio è che l'uomo si convince che "il conte Victor" in realtà è una donna e da lì nasce una giostra di tentativi di dissimulazione esilaranti e pieni di sentimento, che porteranno perfino al coming out del tutto inatteso del suo sottoposto Squash (Alex Karras).

Remake di un film su copione di Reinhald Schünzel addirittura del 1933, Victor Victoria non perde un briciolo di linearità narrativa anche quando brilla con la sua incantevole sfilza di battute fulminanti e memorabili. Titolo di culto per gli amanti del buon cinema e dei personaggi a due dimensioni, il capolavoro di Blake Edwards non si perde in dettagli psicologici, ma disegna con strepitosa esattezza la situazione drammaturgica, sì che ogni personaggio, ogni inflessione della voce è al suo posto (i più coraggiosi, e affezionati, potranno vedere con gran giovamento Victor Victoria in lingua originale). Assistiamo a un alternarsi di musica jazz di consumo, con canzoni stupende, e di scene da commedia romantica e sgangherata, con un preciso gusto per lo spettacolo irripetibile d'altri tempi, vero tocco nostalgico del film. La freschezza e lo spasso di queste vite proiettate sulla scena finiscono con l'incantare lo spettatore e regalargli spasso e serenità anche nelle serate in cui si è meno disposti a lasciarsi andare.

Poi, certo, si può discutere della soluzione del film, dell'inclinazione a spalleggiare la relazione eterosessuale per lo schermo rispetto all'insolito ménage-à-deux tra Victor e Carole; per non parlare della solitudine a cui sembra destinato l'artista gay geniale - il raffinato intrattenitore di pubblico a cui si sono ispirati tanti artisti più recenti anche della nostra televisione. Voglio dire che Victor Victoria non è un'opera che rivoluzionò il costume e rimane un po' ancorata al fantastico mondo del jazz anni Trenta - quando però la musica era l'asse portante, più che la colonna sonora, di una cultura liberatoria e ricca di sogno e di speranza.

Roberto Oddo

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