Favino è Servo per due di Goldoni

Spettacolo di punta della stagione 2015-2016 del teatro Biondo di Palermo, questo Servo per due, tratto dalla famosa commedia del 1745 di Carlo Goldoni, attraverso la rielaborazione del 2011 di Richard Bean, va in scena proprio nel periodo di carnevale, direi parecchio a tema. Nel ruolo chiave, abbiamo Pierfrancesco Favino, che ha attirato in sala un pubblico più numeroso e acceso del solito confermando le attese un po' di tutti, se lo spettacolo è stato salutato da un successo fuori dall'ordinario sotto ogni aspetto. Ciò va detto a scanso di equivoci, così come io stesso - evidentemente l'unico ad annoiarsi  mortalmente in tutta la platea- non posso mettere in discussione la bravura del protagonista, che ha dimostrato di saper andare oltre i ruoli in cui siamo abituati a seguirlo al cinema: flessibile, intelligente, con un ottimo senso del ritmo, Favino ha guadagnato senz'altro il plauso degli spettatori e soprattutto delle spettatrici.

Parlare di infedeltà filologica sarebbe perlomeno insensato, quando abbiamo a che fare con la commedia dell'arte: si sa, il canovaccio è uno e si lascia all’interprete il compito di inventare da par suo, e meglio ancora se è un guitto; in più, è pur vero che incuriosisce in molti il passaggio dallo schermo. Ora: Servo per due di Pierfrancesco Favino è un prodotto confezionato benissimo e vede negli attori del gruppo Danny Rose eccellenti comprimari. Dirò di più: gli interventi musicali di Luca Pirozzi, Luca Giacomelli, Raffaele Toninelli, Emanuele Pellegrini sono superlativi per intelligenza e simpatia (francamente, se fossero stati gli unici artisti, non sarei qui a fare tutti questi distinguo). E però proprio dai musicisti parte la ragione della mia critica. I loro siparietti aprono la strada a un avanspettacolo che non mi aspetto e francamente mi lascia perplesso nella sua realizzazione concreta. Trovo spesso greve, ripetitiva, prevedibile e fuori luogo questa particolare vena comica da cabaret popolare non proprio di prim’ordine. Offeso o scandalizzato? Ci mancherebbe, solo molto infastidito perché avevo altri posti dove vedere questo genere di spettacoli e mi aspettavo tutt’altro tipo di operazione sul testo di Goldoni.

A questo punto, però, occorre dire una cosa. Mi sembra che dopo un periodo di stagnazione, il Biondo stia cominciando a sperimentare, uscendo fuori dalle attese di un teatro stabile: non giudicherei, cioè, questo spettacolo un errore di target, anzi, ma proprio un tentativo di sondare altri campi e altri pubblici. Il che va benissimo ed è operazione in sé meritoria, anche perché ciò ha portato alla scelta di titoli validissimi e magari proprio la facilità comunicativa di Servo per due aiuta ad ammortizzare i costi di scelte più impegnative sul piano del rischio. Diciamoci però, e chiaramente, che non ci potevano essere dubbi sul successo di pubblico di Servo per due, se non altro per l’appeal di Favino. Queste repliche, se da un lato smontano un preconcetto sui luoghi e sui modi di un fare teatro che, pur dolorosamente per me, forse va perlomeno ridiscusso, però mi sembrano una concessione a un senso dello spettacolo che va benissimo finché si vuol fare un menu fisso della casa. C'è un po’ di tutto, una panoramica sull’arte scenica, una di quelle operazioni-vetrina a cui io - che qualche volta mi sono già trovato seduto su quelle poltrone - mi sottraggo volentieri (e che invece è fondamentale per i giovanissimi che devono ancora formarsi il gusto). Di fronte a un tale impianto, basterà capire verso dove andrà la direzione artistica di questo teatro e io tolgo il disturbo dalla campagna abbonamenti, valutando l'opportunità di vedere spettacolo per spettacolo.

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