Fred Uhlman, Un'anima non vile

Un'anima non vile (1961, tit. or. No Coward Soul. A letter written by Konradin von Hohenfels before his execution) sta al secondo posto di Fred Uhlman e svela, per così dire, i retroscena dell'amicizia interrotta tra l'ebreo Hans Schwarz e il tedesco Konradin von Hohenfels. Su un piano strettamente letterario, è il romanzo (anch'esso brevissimo) a mio avviso meno riuscito della Trilogia del ritorno: meno severo, meno asciutto, meno scavato nella materia emotiva, umana e storica che costituisce l'essenza de L'amico ritrovato.

Motore di questa macchina narrativa è il ritrovamento di una busta indirizzata ad Hans Schwarz (e mai spedita) tra le carte degli Hohenfels da parte del prof. Fritz Haber, che sta scrivendo la storia dell'illustre famiglia sveva. L'involto contiene una lettera di Konradin, ultimo rampollo della stirpe, a colui che fu per brevissimo tempo il suo unico amico: con questa lettera, scritta in attesa della condanna a morte per aver partecipato a un attentato alla vita di Hitler, Konradin racconta le cause che l'hanno portato a prendere le distanze da Hans e intraprendere un percorso attivo di avvicinamento al nazismo. La narrazione ripercorre con relativa fedeltà le vicende a noi note da L'amico ritrovato, ovvero la storia dei due giovani, le gelosie, le tensioni, il bisogno di stare vicini e di comprendersi, di vivere il male attraverso i poeti e la filosofia e intervalla questi ricordi - e perfino le piccate rivendicazioni di fedeltà e genuina simpatia - con una paura bruciante, non della morte, bensì del dolore, della sofferenza più bestiale e disumana. Ma è un caso che proprio sull'evento che causò la prima vera frattura tra i due ragazzi, ovvero la lite in classe per colpa dei loro compagni, si avverta la più grande e importante differenza tra le due narrazioni? Sembra di assistere a due versioni contrastanti di fronte a un tribunale che debba giudicare della colpevolezza di un imputato sgomento.

Un passaggio decisivo da Un'anima non vile a L'amico ritrovato consiste nel cambio di sguardo e di narratore: la voce di Hans è insieme più matura sul piano letterario e più acerba, c'è un tocco di passione e di grandezza adolescenziale, mista al fresco eroismo del ragazzo che può finalmente scoprirsi e confrontarsi, condividere le sue letture e perfino la sua educazione sentimentale. Konradin non ha questo slancio - certo è più equilibrato e ha perfino ragione a rimproverare l'impazienza dell'amico, pur riconoscendone la sincera, adulta e virile dedizione. Però c'è qualcosa di impacciato e poco generoso in questa lettera che ripercorre il passato con troppa esattezza a fronte di una parabola politica che non rinnega mai i presupposti dell'adesione al Nazismo: Konradin si oppone a Hitler quand'è il momento e serba memoria di Hans, ma non dimentica gli steccati che l'avvicinano a una Storia e lo separano dalle esperienze personali. Per quanto sincero, si fa fatica a vedere von Hohenfels spogliato della sua divisa militare. La paura di una morte spietata, che da un lato lo rende più umano, dall'altro è anche la nota più stridula e sfocata del romanzo: il personaggio, nel prendere la parola, paradossalmente perde tanto rispetto alla grazia di cui l'ammanta la voce dell'amico ormai lontano e perduto per sempre. Tutto ciò fa di Un'anima non vile un testo senz'altro stimolante, ma non per questo necessario.

Roberto Oddo

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