Götterdämmerung di Wagner al teatro Massimo di Palermo (v.m. 18)

[Opera] È giusto che io ora confessi a chi mi segue che ho poca autonomia, e insomma: se prevedi di trascinarmi a uno spettacolo che dura più di due ore, devo portarmi lo spuntino. Quando poi leggo che per Götterdämmerung (1876) mi toccherà stare per 340 minuti in teatro, la preparazione del pic-nic diventa un tantino più elaborata. Ma non è neanche questo il punto. Pensavo di avere lo spettacolo martedì e tutto convinto, tornato da scuola, mi preparo un panino al pomodoro (rigorosamente con olio fresco, capperini e origano), che è un po' come dire di riproporre il tragico confronto tra il dionisiaco della musica di Richard Wagner e l'apollineo della dieta mediterranea, ma come fu, come non fu, mi sono accorto prima di scendere con il mio panierino che il mio turno a teatro era giovedì. Mi sono mangiato lo spuntino in un paio di bocconi e mi sono dedicato ad altre attività. Poi, il giorno giusto (musichetta horror in sottofondo, please), nell'apprestarmi a scegliere cosa mettere nel mio prezioso involto, mi ricordo che in frigo giacciono da tempo i wurstel vegani che volevo proprio provare - che già non si può sentire e grida vendetta in condizioni normali, davanti a una sacra rappresentazione di cacciatori feroci e di dei primitivi e guerrieri è roba da tirar giù tutto il valhalla con Wotan piangente in catene (e con le coliche).

Mi reco dunque al teatro Massimo mimetizzando il mio ostaggio di cartapesta, o something like that, in uno zaino opportunamente camuffato. Mi guardo intorno con la cautela dello spacciatore e supero tutto lo sbarramento di bonazzi assunti come maschere, incerto tra la felicità di averla fatta franca e il rammarico per non essere stato perquisito personalmente da ognuno di loro. Non sapevo che il meglio doveva ancora venire. Giunto al posto acquistato con l'abbonamento del 2016, appuro che quest'anno, invece che i soliti pali verticali con i quali ho stabilito rapporti affettivi più che solidi nelle mie scorse incursioni, mi tocca una barra orizzontale, che però con un paio di capriole e tuffi carpiati riesco comodamente a sfocare per concentrarmi sul palco. E soprattutto constato che, a parte un biondino piuttosto figo qualche posto più in là, sono circondato da colleghi di varie scuole palermitane e non. E che palle. Comunque, poco alla volta si spengono le luci ed entra il direttore, Stefan Anton Reck: lo spettacolo ha inizio.

Per la serie dove eravamo arrivati, un trio di oscure Parche fatte in casa, Moire de-noartri chiamate Norne, fanno un riassunto delle puntate precedenti e offrono un trailer del prossimo episodio prima che noi si torni (gli anacoluti fanno sempre chic) alla cima del monte dove Siegfried (Christian Voigt) e Brünnhilde (Irene Theorin) si sono infrattati in un bunga-bunga fiammeggiante. Però, daglie e ridaglie, Siegfried si scarica e torna all'avventura lasciando alla morosa l'anello di Sauron - o no? No, quella è un'altra storia. Ma insomma, anche se non c'è scritto un anello per domarli, un anello per trovarli, un anello per ghermirli e nel buio incatenarli, sempre di conquistare il mondo si tratta. Comunque sia, la donna, per motivi a me non chiarissimi, offre all'eroe il suo cavallo per il viaggio e qui sta il punto: nelle veci del purosangue Grane abbiamo un mimo a petto nudo, Jean-Maurice Feist, che se hai un rivolo di sangue nelle vene e ti interessa un briciolo l'argomento ti dai all'equitazione per tutta la vita. A quel punto, già Brünnhilde dà testate al muro per essersi lasciata scappare il manz... mhm, l'equino, in più arriva pure sua sorella Waltraute (Viktoria Vizin) a dirle che l'anello sottratto a Fafner porta sfiga e il quadro è chiaro... la walkiria fa un gestaccio alla sorella (o comunque lo pensa, ve lo giuro io) e si arrende al suo mesto fato, ohi ohi.

Intanto, da un'altra parte, Gunther il ghibicungo (Eric Greene) si lamenta con il fratellastro Hagen (l'eccellente Mats Almgren) che non succede mai niente, sempre tu e io, io e tu, ma io son stufo eh. Hagen (che ha la simpatia di una sentinella in piedi insonne da quando ha goduto per 3,2 secondi durante il rapporto con la benedetta consorte per la fecondazione, pianificata e benedetta da un consesso di parroci, del suo ottavo figlio vent'anni prima) - Hagen, dicevo, propone più o meno uno scambio di coppie: dice a Gunther che c'è una squinzia interessante, si chiama Brünnhilde, sapessi come sono assatanate queste walkirie!, però c'ha il tipo, Siegfried, per inciso l'unico che possa superare le porte di fuoco della sua graziosa dimora anche senza bisogno di crema doposole. Convocano e riescono a convincere l'eroe che, furbo come una volpe, si beve le chiacchiere e una pozione con la quale dimentica la biondona di prima e si intrippa per quella bella mora in déshabillé sotto la vestaglietta leggerissima (roba da youporn in 3D).

In definitiva, perché Siegfried possa ottenere anche Gutrune (Elizabeth Blancke-Biggs), deve travestirsi da Gunther, prendere di peso Brünnhilde e convincerla con una sana chupa-dance che questi - cioè Gunther - è il suo legittimo sposo. Siccome è carnevale e ogni allucinazione vale, la walkiria subisce il suo nuovo innamorato e si celebrano finalmente le doppie nozze, solo che Brünnhilde (già con la luna storta di suo) non la prende benissimo quando Siegfried, tornato al suo vecchio aspetto, e Gutrune si guardano come piccioncini arrapati durante la cerimonia (che, detto per inciso, è una delle scene più belle dell'intero spettacolo, già riuscitissimo, di Graham Vick). La nuova signora de' Ghibicunghi dà anzi in escandescenze e fa in modo che Siegfried passi un quarto d'ora piuttosto bruttarello, o forse anche di più: ne rivela il punto debole ai suoi nemici. Per essere più chiari, c'è il tallone d'Achille e la schiena di Siegfried. Indovinate dove bisognerà colpirlo? Il problema sarà farlo girare, perché il ragazzo sarà pure piuttosto cretino, ma ha ancora qualche problema a rubricare la voce "paura" sul suo dizionario e affronta tutto a testa alta e senza mai darsi alla fuga.

Irene Theorin
Quei buontemponi di Hagen & co. si inventano dunque una battuta di caccia durante la quale, tanto per fare qualcosa di diverso, traggono in inganno l'eroe-dalle-mille-risorse e finalmente lo fanno fuori (ci sono volute circa quattro ore e mezzo, mentre uno spettatore qualsiasi dal suo posto con una cerbottana rollata all'occasione con le sue preziose manine avrebbe portato a termine la missione in quattro e quattr'otto). Al che Brünnhilde si rende conto di quel che ha perso e comincia l'ultima mezz'ora, forse la parte più impegnativa dell'opera per lei - e va detto che Irene Theorin si gestisce il finale con una potenza vocale e una capacità interpretativa che seducono lo spettatore più frigido. Io, nella mia verginità al Ring (da qualche parte dovrò ancora esserlo, no?!) l'ho trovata strepitosa. Ora però diciamolo: ho superato ormai lo shock iniziale delle opere di Wagner, ma ancora non lo ascolterei in disco o in dvd, anche se questa superba Brünnhilde, che aveva cominciato un po' in sordina, dimostra qui una classe e una forza, ma anche una presenza scenica tale da impadronirsi dello spettacolo e dominarlo dall'alto in basso quasi senza eguali.

Torno a casa stordito dai mille refrain, dalla dolcezza straniante della cena e del motivo delle ondine in quel fuoco di passione e bollori del potere, incerto se dare ragione al proverbio siciliano (che io non traduco e lascio all'immaginario del lettore diligente): è megghiu cumannare ca futtiri. Sarà il wurstel vegano che mi è andato di traverso, sarà quella sfilza di bonazzi seminudi che circolavano per la scena, ma io ancora nutro qualche dubbio. Non ho trovato il piacere in Götterdämmerung, ma non era quello il tema e non era quello lo scopo di Wagner; ho trovato invece la brama, mi sembra, da quel che ho visto, un immenso apologo su quanto sia seducente e distruttivo il desiderio sfrenato, insaziabile la cupidigia dell'effimero. Oltre al fatto che il panino al pomodoro la vince su tutto e che devo scegliere un po' meglio la mia alternativa agli insaccati per un panino, una cosa è certa: mi si è spalancato un mondo e ci sono caduto dentro con tutto me stesso. Diciamolo: mi adoro quando mi scopro di nuovo curioso. Non mi trovate anche voi più biondah e affascinante?!

Roberto Oddo

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