Scuola. 2 - Selezione degli studenti

[Scuola(Nello scrivere questo post, sto pensando in particolare alle scuole medie, ciclo nel quale sono stato immesso in ruolo, ma un discorso analogo può esser fatto anche per le scuole superiori, dove ho insegnato per più di dieci anni.)

Chiunque parli di scuola con un minimo di competenza professionale sa che ogni gruppo di alunni ha le sue dinamiche. Ci sono ragazzi che un consiglio di classe fatica a portare avanti, altri che non hanno bisogno di noi, alunni ai quali va bene una guida qualsiasi capace di orientare la voglia di crescere. In realtà, il motto di ogni insegnante che si rispetti è "fare la differenza" attraverso il proprio lavoro. Se chi insegna non ambisce a essere, a suo modo, insostituibile c'è qualcosa che non funziona. Ciò non significa in nessun caso la ricerca dell'originalità a ogni costo, nei contenuti o nei metodi, né l'autocelebrazione o l'arroccarsi sulle proprie posizioni, ma la rinuncia a ogni schematismo e, se proprio vogliamo dirlo, a qualunque sicurezza di protocollo. Significa, cioè, sbracciarsi e investire nel lavoro tutte le proprie risorse, che per forza di cose sono solo proprie.

La verità è che dovremmo smetterla di puntare sulla burocrazia della promozione: esiste in noi un'ansia di portare avanti i ragazzi che viene vissuta in modo sbagliato e che si traduce in una stampella delle "carte", dei documenti, delle testimonianze. In realtà, chiunque svolga il proprio dovere con correttezza sa che non c'è incartamento che tenga. Fingiamo, dunque, che non esista la possibilità di ripetere l'anno, di scegliere chi portare alla classe successiva e chi invece no, dobbiamo lavorare con una classe come se ognuno di quei ragazzi dovesse concludere il ciclo. Ognuno, quali che siano le condizioni di partenza; ognuno, comunque sia classificato. Il problema che ci poniamo di solito a questo punto è sempre il medesimo: verrà il momento in cui questo ragazzo dovrà rendere conto del suo intero percorso, cosa succederà allora?

Ciò che i dirigenti scolastici continuano a ripeterci a ogni latitudine (come se noi potessimo dimenticarlo) è che le situazioni non sono confrontabili e ogni ragazzo segue un suo percorso: perfino le sabbie mobili di un/a ragazzo/a che sembra non fare un solo passo sono comunque un'esperienza preferibile al vagabondaggio tra le strade o il soggiorno in una famiglia poco sana. D'altra parte nessuno nega che queste situazioni siano davvero problematiche; se c'è una cosa sicura, è che un docente da solo non può affrontarle. Vero è che ogni classe ha i suoi problemi, ma chiudersi in quelli della propria è la fine. L'unica speranza, molto spesso, consiste nello smontare l'assetto tradizionale di studio, così come ci ostiniamo a rappresentarcelo, e adottare un modello più elastico, magari a classi aperte, dove lavorare su recupero, potenziamento ed eccellenze con uno sviluppo modulare della didattica... diciamo "a progetto".

Non si tratta, è ovvio, di pensarsi come degli animatori, ci mancherebbe altro. Ma immaginare una didattica orientata a un modello prefissato significa squalificare sia il modello, sia i ragazzi. Ci lamentiamo che gli alunni più indisciplinati portino disordine in un scuola ingessata, mentre dovremmo essere noi a buttare tutto per aria e progettare con loro gli spazi. Sogno, tra le altre cose, una scuola che i primi giorni non sia affatto pronta come una sala espositiva di arredamento a buon mercato, una scuola dove i primi giorni non ci sia nulla in aula e ci si metta ad arredare lo spazio a seconda di quello che serve per una determinata attività e magari solo per quella. Noi insegnanti abbiamo talvolta paura che gli equilibri prossemici vengano turbati da qualche intemperanza, ma possiamo lavorare davvero così come amiamo rappresentarci la scuola rinunciando a parte dei nostri studenti o far finta che il nostro compito - con la precarietà del nostro lavoro - sia di selezionarli ai fini del completamento della loro carriera scolastica?

Nella realtà non è così: la bocciatura è straordinaria e a noi insegnanti viene comunque rimproverata come provvedimento inconcepibile; inoltre, nonostante tutti i buoni propositi, fatichiamo a presentarla come altro da una punizione. Non funziona, scusate. Certo, dobbiamo insegnare il merito ai ragazzi ai quali siamo toccati in sorte, ma non possiamo farne un vessillo, un filtro a uso e consumo di un'idea già nota e rappresentata di scuola. Piuttosto, sarebbe bene che riuscissimo a trovare degli strumenti di valutazione tali che ci consentano di creare, volta per volta, gruppi che possano svolgere un'attività con compagni di altre classi e poi ritornare nel nucleo originale o trasferirsi in altre realtà adeguate al loro livello di apprendimento. Ma, di nuovo, non dobbiamo avere in mente per forza contenuti da far acquisire ai ragazzi: è perfettamente inutile che un collegio dei docenti ragioni sulle competenze, se poi la didattica e la valutazione vengono condotte sulla base di schemi vetusti, se non confusi e scollati dalla realtà.

Quello che succede in una scuola deve essere specchio di una società che si preoccupa per i minori e per il loro inserimento nel mondo degli adulti. Altrimenti è perdita di tempo e lotta con i mulini a vento. Una società che non si interroghi sul futuro attraverso i suoi ragazzi è una società che muore e, se poi addirittura sostituisce i problemi veri con spauracchi ignobili come quelli del gender (l'unico motivo per cui si è parlato davvero di scuola nell'ultimo anno), è una società criminale, più ancora che criminogena. Spesso sono i genitori dei ragazzi i primi a preoccuparsi della difformità della didattica e i primi da educare a una scuola che sia davvero un processo di crescita e a un luogo del fare. Facciamo allora che, a livello di dibattito pubblico, cominciamo a ripensare tutto intero il sistema dell'istruzione, sostituiamo l'azione alla burocrazia, anziché parlare di questioni più tecniche come presunte rivoluzioni amministrative e dei contratti di lavoro? Ovvio che sono importanti, anzi decisivi per la vita personale di noi che insegniamo, ma quello non è parlare di scuola. Dobbiamo ancora prendere l'argomento.

Roberto Oddo

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