Carlo Cecchi e La dodicesima notte di Shakespeare al Teatro Biondo

Rappresentata in teatro probabilmente nel 1601 per la prima volta, La dodicesima notte (tit. or. Twelfth Night, or What You Will) di William Shakespeare è una commedia di inganni inverosimili e disvelamenti repentini. Nello scritto che dedica a quest'opera, Auden ne fa notare due aspetti fondamentali: la malinconia fortissima che la vela - al punto da essere un crocevia verso le tragedie più cupe e le commedie più astratte - e l'importanza della dimensione aurale, ovvero dell'ascolto. La regia di Carlo Cecchi al Teatro Biondo di Palermo restituisce queste e molte altre intuizioni in uno spettacolo coerente, denso e dinamico - senz'altro (e di gran lunga) il più bello, ricco e compiuto del cartellone.

Un quadrilatero amoroso sta alla base de La dodicesima notte: da un lato il duca Orsino è innamorato senza speranza della bella Olivia, donna inconsolabile per un lutto mai elaborato e recalcitrante a ogni contatto con gli uomini; dall'altro Viola e Sebastian, fratello e sorella praticamente identici l'uno all'altra, che credono di essersi persi da piccoli in mare, contemporaneamente giungono in Illiria dando luogo a tutta una serie di equivoci. Viola, infatti, si traveste da ragazzo e va al servizio di Orsino, il quale la usa per far da tramite con la sua riottosissima beneamata. Il punto è, però, che Viola intanto si è innamorata di lui e che l'arrivo di Sebastian, passionale ed energico, seguito a distanza dal suo fedelissimo Antonio (con trascorsi spiacevoli proprio alla corte di Ursino) scombina ancor più le acque. Si aggiunga un corteggio variegato di animi fool, beffardi e inessenziali, smidollati e inconcludenti, che tessono le fila di una sottotrama di irresistibile umorismo feroce (che a me ha ricordato i lazzi del Candelaio di Giordano Bruno): l'effetto è esplosivo e le risonanze molteplici.

Il tutto si dipana in uno spazio lindo, pulitissimo, quasi asettico: su fondale sostanzialmente monocromatico, un palcoscenico rotante e, ai lati, due consolle: quella musicale (percussioni soprattutto) a sinistra e quella registica a destra. Su questo fondale così nitido, gli attori si stagliano in costume ed elementari cambi di scena avvengono a vista, senza che lo spettatore ne abbia alcun disturbo. La regia inframmezza alle parti recitate molti brani musicali gradevoli, facili e immediati, che continuano a ronzare a lungo nella testa, ed è efficacissimo l'uso delle controscene comiche, specie durante il lungo e splendido monologo della lettera a Malvolio, cuore della sottotrama beffarda. Frederick Richard Pickersgill - Orsino e ViolaProprio laddove la commedia si fa più scanzonata, nell'inganno tessuto da Maria con Andrew, Toby e Fabian al povero maggiordomo di Olivia, prevalgono una malinconia e una disillusione straziante nei confronti delle parole, che vengono destituite di ogni credibilità, e l'ironia, se non tragica, se fa perlomeno molto amara.

Ci sarebbe tanto da riflettere tanto sulla contiguità temporale di Amleto La Dodicesima notte, quanto sui risvolti di certa filosofia tardorinascimentale. Ma non è questo il luogo e io in effetti non ne ho le competenze. Perciò - su uno sfondo viola, forse a richiamare il nome della protagonista en travesti, colore e personaggio della transizione - mi soffermo sullo spettacolo. In particolare, mi limito a sottolineare l'importanza della regia, degli attori e delle battute in una messa in scena che, pur basandosi su alcuni refrain, è sempre sorprendente per la sua fattura teatralissima, di grande spessore. Eccellenti perfino nella caricatura, quasi tutti gli interpreti (oltre allo stesso Cecchi, Remo Stella, Giuliano Scarpinato, Eugenia Costantini, Davide Giordano, Federico Brugnone, Barbara Ronchi, Daniele Piperno, Vincenzo Ferrara, Loris Fabiani, Dario Iubatti) e soprattutto pregevole la sofisticata levità di una precisissima partitura scenica che si fa ricordare e amare.

Roberto Oddo

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