Rossini, La Cenerentola (dir. Gabriele Ferro)

[Opera] La cenerentola di Gioacchino Rossini, musicata su libretto di Jacopo Ferretti, andò in scena per la prima volta quasi 200 anni fa, nel 1817, al teatro Valle. Eppure è un'opera ancora fresca, che mantiene la sua grazia e che ha avuto di recente nuove rivisitazioni interessanti (penso in particolare a quella di Emma Dante). Non soffre di vecchiaia, dunque, il dramma giocoso tratto e adattato da Perrault, eppure mai avrei immaginato di trovarmi davanti a uno spettacolo così insolito ed entusiasmante come quello progettato in coproduzione tra il Teatro Massimo di Palermo e il Teatro delle Muse di Ancona per la regia di Giorgio Barberio Corsetti. Eppure, se c'era un autore che consentiva una tale innovazione, era proprio Rossini.

Dimentichiamo tutti i fondali dipinti o ricostruiti, dimentichiamo le parche indicazioni di regia a cantanti tronfi e pieni del loro capricci o perfino delle loro legittime esigenze sceniche. La Cenerentola andata in scena quest'aprile a Palermo è una scatenata prova d'attori che non conosce stanchezza, ma vede un cast intero alle prese con uno spettacolo tutto fuoco e luci, modernissimo e, proprio per questo, capace di andare al cuore della commedia. Va detto, dunque, fin da subito, che tutti gli interpreti, a prescindere dalle indubbie e pregevolissime doti vocali, sono stati attori elastici, strepitosi, di una messa in scena che aveva un suo ritmo interno e non era affatto facile. Aggiungerei che si tratta di una regia che viene apprezzata soprattutto dagli spettatori a teatro, una ripresa video ne farebbe forse perdere la natura e la gioia.

Pannelli mobili e proiezioni, un'intera squadra di attrezzisti, coristi e mimi a supporto di una regia che prevede proiezioni fantastiche sullo sfondo e nella parte alta del proscenio: qui, su un ulteriore schermo, il gioco viene raddoppiato con primi piani, inquadrature speciali, lazzi tra gli attori, gesti provocatori e buffi che scavano nei rapporti tra i personaggi (e vi scherzano su). Oltre a cantare, dunque, si richiede a tutti gli interpreti un controllo delicatissimo della propria presenza scenica e il risultato non può non colpire l'immaginario di un pubblico che, quasi all'unanimità, ha reagito benissimo all'idea di Giorgio Barberio Corsetti. E va detto che, a prescindere dai colori vivacissimi dei costumi (di Francesco Esposito), abbinamenti cromatici e inquadrature avevano a tratti un che di dark, ma perfino questa vena claustrofobica entra nel divertimento (splendido l'«acquario» di occhi, per esempio).

Giorgio Barberio Corsetti
Veniamo, dunque, agli interpreti che hanno reso possibile questo incanto. Partirei dal direttore, il vero e proprio regista musicale, Gabriele Ferro, vivace e inventivo fin dal principio, un vero maestro della scena, che ha guidato l'Orchestra del Teatro Massimo con il suo consueto brio e con uno stregonesco rispetto dei tempi. La protagonista, Chiara Amarù, è palermitana e io non avevo avuto ancora il piacere di ascoltarla. Nonostante il timbro sia un po' più chiaro di quello che mi aspetterei da Angelina, la cantante sfodera agilità da fuoriclasse ed è bravissima, non perde un colpo e seduce l'intero teatro, chiamando a sé infiniti applausi. Al suo fianco, René Barbera, nei panni di don Ramiro, è un tenore rossiniano perfetto: voce molto alta di natura, squillo facile, ma controllato, e ottime agilità.

Tutti bravi, gli altri, ognuno con una sua specialità. Se il don Magnifico di Paolo Bordogna ha un attacco forse un po' troppo di "temperamento", il personaggio c'è tutto e il cantante duetta (o trietta...) benisimo con gli altri interpreti, rivelando sempre le sue ben note doti di buffo. Eccellenti attrici, forse le migliori in scena, la Clorinda di Marina Bucciarelli e la Tisbe di Annunziata Vestri, scatenate sorellastre di Cenerentola, non si risparmiano e svelano un'abilità tutta corale nell'interagire con i loro partner di scena (da sottolineare che entrambe rientrano anche nel secondo cast). Divertentissimo e piacevole il Dandini di Riccardo Novaro, sottile ed energico mattatore, e ottimo anche l'Alidoro di Gianluca Margheri, a metà tra il raisonneur e il servo plautino, motore e guida al compimento dell'azione. Ma, ribadisco, la forza di ognuno di questi ottimi professionisti sta tutta nel gioco d'insieme che hanno saputo creare a beneficio dello spettacolo e del pubblico.

Roberto Oddo

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