Roland Emmerich, Stonewall

[LGBTQI] Stonewall (2015) di Roland Emmerich non è un remake dell'omonimo film di Nigel Finch: il taglio che si è voluto dare alle vicende è di gran lunga diverso e, sintetizzando, direi che ha un approccio molto più melodrammatico che storico. Protagonista è Danny (Jeremy Irvine), uno splendido biondino di campagna che si trova a New York dopo aver lasciato la famiglia che rifiutava la sua omosessualità. In Christopher Street, il ragazzo si imbatte in Ray (Jonny Beauchamp) e nel suo gruppo di amici: sono tutti gay e travestiti che vivono per strada e di espedienti, sopravvivono prostituendosi. Non è l'ambiente al quale Danny fosse abituato e così, una sera, non ci metterà molto ad innamorarsi dell'affascinante e supersexy Trevor (Jonathan Rhys Meyers), militante per i diritti civili incontrato allo Stonewall, che lo seduce con modi e argomenti a lui più congeniali e se lo porta a casa. Ma intanto le cose in strada prendono una piega molto più seria: i raid polizieschi si susseguono e l'alibi della lotta alla mafia locale - e in particolare il disgustoso Ed Murphy (Ron Perlman) - non riesce a nascondere l'accanimento con cui le forze dell'ordine si gettano su gay, lesbische e travestiti. La lotta si deve combattere di persona ed è così che a un certo punto i frequentatori dello Stonewall si ribellano inaspettatamente alle violenze perpetrate a loro danno e si dà avvio a uno degli episodi fondanti della moderna cultura LGBT: nasce quello che in poco tempo sarebbe stato chiamato il Pride.

Roland Emmerich, Stonewall

Boicottato da moltissimi attivisti negli U.S.A. e in Europa, Stonewall sembra aver scontentato più gli omosessuali interessati a ricostruire la loro dignità che non gli oppositori ai diritti civili. La mia opinione (per quel che vale) è che non possiamo permetterci di trascurare ricostruzioni della nostra storia e che questo film ci riguarda come l'omonimo titolo di Nigel Finch che è tanto caro a molti di noi - e decisamente superiore a questo, va detto.

Se dovessi riassumere in una sola parola il difetto di Stonewall di Roland Emmerich, sceglierei senz'altro il termine "romanzesco". Dalla storia romantica del bel ragazzo dalla faccia pulita venuto dalla campagna a scoprirsi e mettersi alla prova, il giovanotto che si scontra con una realtà molto più effimera e dolorosa della solida vita a cui era abituato, si giunge senza soluzione di continuità a un tocco di autocommiserazione che finisce anche con l'infastidire. A questa sceneggiatura (di Jon Robin Baitz) così emotiva, si aggiunga una fotografia eccessivamente patinata e si ha idea anche di qualcosa di falso, a tratti perfino poco elegante (senza contare la riduzione seriale del sesso a pochissime pratiche). Attenzione: gli attori ci sono, lo spirito della lotta è più che condivisibile, c'è tutto, ma questo non è un film-documentario sui fatti di Stonewall, come le prime sequenze a loro modo suggeriscono, bensì un bel teleromanzo strappalacrime - pieno di splendidi ragazzi (che non fa mai male) - su episodi che potevano aver luogo senz'altro in quella cornice.

Ciò di cui ho sentito molto la mancanza è la coralità di quella lotta, la spinta al coinvolgimento militante. Stonewall di Roland Emmerich addolora e appesantisce l'animo senza dare però quella carica che ricordo in altri film. E non perché già dagli anni '60 le fazioni fossero divise (tra chi pretendeva di doversi meritare i diritti civili e chi invece li voleva finalmente afferrare con la propria vita e le proprie mani): il fatto è che lo sguardo in soggettiva è affetto da un emotivismo che logora i nervi senza ripagare l'intelletto. C'è, è vero, e va detto a onore di Roland Emmerich, il tentativo di allargare la visuale al mondo della malavita organizzata e all'orrore dei ragazzi-giocattolo, usati per i loro corpi stupendi e poi eliminati come carne da macello, ci sono spunti che potrebbero portare Stonewall molto lontano, se però fosse una serie-tv (di cui ha molti tratti) e non il film epocale che ci viene presentato. Il risultato, suo malgrado, è quello di un filmone che non manca (e a ragione) di piacere e che sono felice di aver visto, ma che purtroppo alla fine risulta in più di un punto indigesto.

Roberto Oddo

Post più popolari