Compiti per le vacanze

[Scuola] Da un po' di tempo, ogni anno fanno la loro comparsa sulle timeline dei social le consegne estive di alcuni insegnanti per le loro classi; i compiti per le vacanze, insomma. Si tratta di lettere traboccanti d'amore, spesso splendide, che solo la viralità nella condivisione finisce con il rendere stucchevoli. È un gran peccato, perché colgono nel vero del nostro lavoro di docenti molto più mille saggi di didattica.

Mi spiego meglio. Chi insegna deve presentare a inizio anno un documento, detto "programmazione", dove si esplicitano conoscenze, abilità e competenze che si vuol promuovere nella classe. Una delle voci indispensabili di tale progetto è quella dei "Prerequisiti", ovvero una descrizione funzionale della classe con la quale si lavora: chi sono i ragazzi? come sono suddivisi in classe (fasce di livello)? da dove vengono (Comune, campagna, ambiente sociale ecc.)? cosa sanno già? Su quest'ultimo punto, chi non sia proprio digiuno di scuola, sa che difficilmente i prerequisiti sui contenuti corrispondono agli obiettivi (o perfino ai risultati raggiunti) nell'anno precedente.

Ma non è questo il vero problema in una scuola non più orientata alla conoscenza: la distanza che per noi è davvero difficile da colmare è quella delle esperienze. Da un lato perché molti di noi non hanno la disponibilità mentale ad aggiornarsi, a gettare uno sguardo nel mondo di oggi e in particolare dei più giovani, e su questo dobbiamo lavorare come categoria professionale; altri, poi, per quanto ci tentino, non riescono a stare sempre al passo. D'altro canto, è vero che molto spesso davvero i nostri alunni non hanno mai sentito le fusa di un gatto, davvero non si sono mai messi a cercare conchiglie per la spiaggia, davvero non hanno odorato dei fiori o visto un pollo vivo (prima della sua versione girarrosto...). O, peggio, per quanto abbiano fatto queste esperienze, le hanno relegate al passato, a un'età che non interessa loro più. La tecnologia è ancora il mantra, tutto le deve essere sacrificato. Basterebbe usarla, per capire che c'è molto altro nel mondo.

Quest'obliterazione del passato, della loro storia, rende i ragazzi distanti, quasi inafferrabili. E, se si vuole trasmettere qualcosa, bisogna che ci si agganci, in qualche modo, che ci si sintonizzi sulla complessità del reale. Se è indispensabile essere semplici nell'approccio agli altri, semplificare nel senso di sfrondare le pretese, ridurre all'osso, espungere, è il male della scuola. Per questo, oltre che affettuosissime prove di complicità con i propri alunni, lettere come quelle che girano online sono anche e soprattutto il segno di una scuola buona, di una scuola che ancora punta ai ragazzi e alla loro integrazione, per quanto possibile, in un percorso evolutivo di ciascuno e di crescita della società.

Roberto Oddo

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