Il mio primo anno di scuola media (un insolito percorso di crescita)

a G. A. e M. S.

[Scuola] Si conclude così, con la conferma del ruolo, il mio primo anno nella scuola secondaria di primo grado (le vecchie "medie"). È stato un vero banco di prova, al di là della burocrazia che impone un periodo di stretto contatto tra il neoassunto e la struttura di assegnazione provvisoria (nel mio caso, l'I.C. "Biagio Siciliano" di Capaci). Come sempre, infatti, ho affrontato tutto con la netta sensazione di essere inadeguato, io che ho sempre lavorato con i ragazzi più grandi (e i ragazzi più grandi, lo ammetto, un po' mi mancano).

Ma è stato un anno a dir poco incantevole. Sarà che era per me una cosa completamente nuova - e con le cose nuove (a parte la mia odiosa inerzia) io mi lancio sempre all'avventura; sarà che mi sono trovato in una scuola che ho amato profondamente, con colleghi adorabili, insomma, si conclude un anno di vera svolta (anche sul piano personale, ma qui non c'entra). Una cosa va detta, una per tutte: mi sono divertito da matti.

Mi dicevano, e ripetevo io stesso un po' meccanicamente ma senza capirlo fino in fondo, che, se avessi fatto un paio di anni di scuole "medie" prima di insegnare alle superiori, i miei alunni degli anni scorsi (gli stessi che oggi sono laureati e lavorano) avrebbero avuto un professore migliore. Ed è verissimo, ora lo dico con certezza. Questo accade perché, scendendo di grado, le strategie comunicative assumono un peso molto più rilevante. Mi spingo quasi a dire che, negli Istituti superiori, il docente molto spesso sa pochissimo di didattica (sul piano operativo) e il successo del suo insegnamento dipende più che mai dall'intelligenza e dalla sensibilità personale.

Nel primo ciclo, invece, si apprendono giocoforza delle strategie per fare lezione, si trovano delle strade alternative e davvero, molto più che alle superiori, si coordina un lavoro d'insieme. Non solo: non si pensa più per lezioni, ma per attività, in modo tale che l'unità di lezione corrisponda a una specie di mosaico di momenti diversi. La programmazione è davvero più simile a una didattica modulare e impone un ritmo che è orientato al lavoro in classe, all'atto del fare e dell'apprendimento.

Di contro, non posso negare che l'esperienza alle superiori prima della scuola secondaria di primo grado mi ha favorito nella proiezione di determinati alunni sul lungo periodo: in altre parole, ho rivisto, in piccolo, dei ragazzi che già "conoscevo". Questo non vuol dire che io abbia sovrapposto persone diverse tra di loro o che abbia lavorato in un'ottica di mera progressione del percorso scolastico, sia chiaro. Però ho potuto modulare la lezione in ottica di un orizzonte a me già noto, cercando di evitare, per quanto possibile, alcuni errori a me noti e di indirizzare, nei limiti del possibile, a un corretto metodo di studio.

Questa mia attitudine a guardare sempre molto avanti, in realtà, è favorita da una diversa prospettiva della scuola secondaria di primo grado (intendo già a livello di indicazioni nazionali): il curricolo, che spesso viene inteso dai collegi dei docenti alle superiori come un percorso di cui si valorizzano in particolare le singole tappe, diventa alle scuole "medie" una prospettiva sinottica e sintetica da padroneggiare nel suo insieme. Inoltre, si consideri che molte scuole secondarie di primo grado sono in realtà parti di istituti comprensivi, che prendono in carico i bambini a cinque anni e li "licenziano" nell'adolescenza.

A primo impatto, con tutte quelle riunioni e quello sguardo così "di polso" sull'insieme, l'impianto è un po' rigido e senz'altro più burocratico, in pratica però ne apprezzo il maggiore monitoraggio da parte dei docenti (e specialmente dei coordinatori e delle funzioni strumentali). Infine, ora più che mai la scuola secondaria di primo grado, che chiude il primo ciclo, ma è già "secondaria" e apre al secondo, è più chiaramente un ponte. E a me piace da matti costruire ponti.

Roberto Oddo

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